Rosso o blu, il colore di internet e della chiusura del digital divide negli USA
il colore di internet

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La politica del Presidente Biden prende di petto anche il divario digitale. Dare a tutti gli americani un accesso ad alta velocità e a prova di futuro ad internet è democratico o repubblicano, più pubblico o privato?

Di Massimo Comito

Sono passati solo poco più di 4 mesi dal suo insediamento alla Presidenza degli Stati Uniti e Joe Biden ha già messo in cantiere tutto quello che umanamente ci si poteva aspettare in un momento in cui la pandemia richiede scelte coraggiose e decise in un mondo in profonda evoluzione.

Salta sicuramente all’occhio il versante vaccinazioni che, grazie alla tempestiva e capiente disponibilità di vaccini cui ha contribuito anche la precedente amministrazione, ha visto dispiegare la nota capacità logistica americana che ha prodotto una vera e propria vaccinazione di massa con centinaia di milioni di inoculazioni effettuate grazie all’utilizzo di tutte le strutture utili alla distribuzione capillare delle dosi, comprese più di 50.000 farmacie.

Traspare la lucida consapevolezza di Biden che ci si deve prima di tutto liberare dalla morsa della pandemia e che, a seguire, è necessario convincere l’intero arco costituzionale americano che gli Stati Uniti devono ricorrere ad uno sforzo finanziario senza precedenti – anche aumentando la tassazione per i ceti più ricchi – per far ripartire subito il Paese con lo “statement”: “Non possiamo lasciare alla Cina il monopolio sulle tecnologie del futuro”.

Ha così la sua genesi il cosiddetto “Piano delle infrastrutture” che in prima istanza prevedeva 2,25 trilioni di dollari e il cui ammontare è oggetto, mentre scriviamo, di serrate trattative con i Repubblicani che mirano inspiegabilmente al ribasso ma presumibilmente perché non vogliono scontentare il proprio elettorato di riferimento con l’introduzione di una tassazione ad hoc a sostegno del piano già annunciato dal Presidente.

Il suo “American Jobs Plan”, che lui stesso definisce come un vero e proprio “investimento generazionale”, deve coprire non solo infrastrutture tradizionali come strade, ponti, aeroporti e banda ultra-larga, ma anche la costruzione e diffusione dei veicoli elettrici per sviluppare l’e-mobilty, la ricerca e sviluppo, la produzione, la “green economy”, il potenziamento dell’infrastruttura di cybersecurity e anche la cosiddetta “caregiving economy” che deve puntare ad ampliare l’assistenza all’infanzia e l’assistenza domiciliare.

Non ci dilunghiamo oltre su altre forti prese di posizione delle nuova amministrazione riguardo l’inclusione, il commercio, i dazi doganali, l’American Rescue Plan per la protezione dagli attacchi informatici, ecc. perché, per deformazione professionale, siamo stati colpiti da come l’insediamento di Biden e la decisione da prendere sulla quota dei fondi da attribuire alle infrastrutture a banda larga, abbia avuto un fortissimo impatto su argomenti tanto discussi in questi ultimi anni che possono essere in generale accorpati nello slogan “internet per tutti” ma che se declinati uno ad uno sono la “Net Neutrality”, il Servizio Universale, il limitato accesso alla banda ultra-larga e il conseguente digital divide che affligge soprattutto le aree rurali americane ma non solo.

A quest’ultimo proposito, come riporta un interessante articolo pubblicato su recode, la Federal Communications Commission (FCC) ha stimato che circa 30 milioni di americani non hanno accesso alla banda larga. Un dato sicuramente stimato per difetto non includendo le persone meno abbienti che, pur avendo la possibilità tecnica di accesso, non possono permettersi alcuna connessione soprattutto dove esiste un unico fornitore di internet che tende a tenere alto il prezzo dell’accesso.

Nel seguito ci riferiamo alle dinamiche politiche ed ideologiche che stanno emergendo dietro l’attuale trattativa tra Repubblicani e Democratici per definire i fondi del piano di realizzazione delle diverse infrastrutture. In particolare l’acceso dibattito su quali attori, pubblici o privati, e con quali tecnologie si deve realizzare una rete di accesso “di qualità” capillarmente diffusa in tutti gli Stati Uniti; territori rurali compresi, senza che il passaggio da una contea ad un’altra distante pochi chilometri faccia pensare ad un viaggio da un’epoca all’altra.

Prima di tutto l’entità dei fondi: i 100 miliardi di dollari che la Casa Bianca vorrebbe stanziare per chiudere il digital divide e con scelte “future proof” ovvero scelte e soluzioni che saranno ancora valide per tanti anni a venire.

Secondo i Repubblicani sono troppi e sarebbero tanti anche 65 miliardi di dollari. Va detto che sono tutti d’accordo che la pandemia ha dimostrato che l’accesso ad internet è vitale per amministrare, studiare, lavorare, curarsi e svagarsi e che le differenze che ci sono oggi potrebbero esacerbare il “divide” economico, sociale e culturale nel Paese. L’accordo fra i due schieramenti rispetto alle spinte di Biden e dei Democratici verso la chiusura del divario digitale con soluzioni di grande qualità si ferma qui.

Non c’è accordo a partire dalle tecnologie da utilizzare (cavo coassiale, xDSL col rame fino a casa, fibra fino a casa) e conseguentemente sulla definizione del livello minimo di “qualità e velocità” adeguato per tutti i cittadini; fra i Repubblicani c’è chi sostiene che la ferma convinzione che ha la Casa Bianca di posare la fibra fino a casa, la cosiddetta FTTH, in tutto il Paese e i sussidi che saranno previsti per aumentare l’adozione di tali connessioni ad altissima velocità sarebbero appannaggio anche di famiglie che non hanno necessariamente bisogno di utilizzare accessi super veloci ad internet. Della serie, perché dare una Ferrari a tutti quando potrebbe essere sufficiente dare anche delle macchine “scassate” a chi non piace guidare?

Posizione questa sicuramente molto pratica ed economicamente concreta ma che lascia trasparire una discutibile visione strategica: uno Stato, gli Stati Uniti in particolare, non può negare, specie se è primo finanziatore delle infrastrutture, il diritto allo sviluppo di ogni pur recondita potenzialità di crescita economico-culturale da parte di tutti i cittadini e le infrastrutture di base non possono essere discriminatorie alla fonte.

Ma soprattutto non c’è accordo, e qui il discorso si fa più ideologico, se le infrastrutture d’accesso in fibra debbano continuare ad essere realizzate solo dai privati, gli operatori di telecomunicazioni tradizionali, le cosiddette telco, oppure che la loro costruzione possa essere delegata al “pubblico” e cioè alle municipalità che, con l’enorme afflusso di fondi governativi, sarebbero certamente in grado di realizzare e gestire le proprie reti in fibra cittadine in concorrenza con le telco.

Come descrive Bloomberg, un esempio per tutti è la Città di New York dove, il sindaco democratico Bill De Blasio, nell’ambito dell’Internet Master Plan della città, ha lanciato una RFP (Request for Proposal) rivolta a fornitori di tutti i livelli, dagli Internet Service Provider ai costruttori di infrastrutture fisiche, ai fornitori di apparati, per sviluppare e gestire una nuova rete in fibra ottica per conto della Città di New York e per abilitare il nuovo servizio internet a banda larga.

Se ce ne fosse bisogno va subito detto che il Presidente Biden e la Casa Bianca sono a favore di queste che ormai sono comunemente individuate come le “reti municipali a banda larga” che nell’ottica dei Democratici sono delle reti realizzate da chi ha meno pressioni a realizzare profitti “alti e subito” e che sarebbe invece più propenso a fornire servizi di qualità e a prezzi “calmierati” all’intera comunità cittadina.

D’altro canto ci sono le grandi società di telecomunicazioni che, ovviamente, ambirebbero a rimanere fornitori unici in molte aree del Paese e che per tale motivo combattono queste spinte verso il “pubblico” che entra in concorrenza con loro. Le grandi telco hanno pertanto cercato e cercano ancora le proprie sponde politiche nei Repubblicani (da sempre non a favore degli investimenti pubblici) attraverso cui fare pressioni per una legislazione che vieti le reti municipali che, forse per questo, sono ancora in numero limitato negli Stati Uniti.

Le stesse pressioni che hanno visto mettere in discussione la Net Neutrality e che oggi con l’amministrazione Biden sta di nuovo assumendo l’interesse e l’attenzione che merita. Mai fu più vero il fatto che “colorare” il traffico di internet per individuarlo, trattarlo e valorizzarlo in maniera differente è appunto oggetto di scelte politico-economiche: le telco tradizionali e i repubblicani da un lato e gli operatori Over The Top (OTT) o Big Tech e i democratici dall’altro nel perenne interrogativo se la rete deve trattare alla stessa maniera tutto il traffico che trasporta, essere cioè “neutrale”, ovvero “trattare” con maggiore qualità e a prezzi maggiori parte di esso.

Nell’ambito di questo dibattito va anche menzionata una recente dichiarazione di Brendan Carr, Commissario in carica della FCC in quota repubblicana che ha collaborato fino a qualche mese fa con il precedente Presidente della FCC Ajit Pai anche lui in quota repubblicana. Una posizione, come leggerete, assolutamente coerente con i “colori” politici approfonditi in questo articolo.

In un editoriale pubblicato su Newsweek, il Commissario Carr, ponendosi la domanda di come contribuire a pagare i massicci investimenti necessari alla costruzione di infrastrutture, ha proposto di allargare le fonti di finanziamento del Fondo per il Servizio Universale (USF), il fondo che serve al governo federale appunto per sovvenzionare la costruzione della banda larga nelle aree rurali, il servizio telefonico e a banda larga per i meno abbienti e l’accesso a internet per scuole e biblioteche.

Ad oggi l’USF si basa solo sui contributi delle telco calcolati attraverso una percentuale delle loro entrate da servizi telefonici a lunga distanza e internazionali (che è aumentata negli anni per via della diminuzione di tali ricavi proprio a causa o grazie a internet). Le telco a loro volta, secondo le norme della stessa FCC, possono trasferire parte di questi costi ai consumatori sulle loro bollette mensili sotto forma di imposta.

Ma non basta. Da uno studio recente che Carr menziona, emergerebbe che lo streaming fornito da sole 5 piattaforme (Netflix, YouTube, Amazon Prime, Disney+ e Microsoft) rappresenta da solo il 75% di tutto il traffico sulle reti a banda larga rurali e che la gran parte dei costi totali di rete (dal 77 al 94%) sostenuti dalle telco è diretta conseguenza dell’aumento di capacità a supporto della fornitura di tali servizi di streaming che la fanno da padroni sul versante dei ricavi.

Il Commissario pertanto sostiene che le cosiddette “Big Tech”, come per esempio Amazon, Facebook, Google, Netflix, Apple, Disney+, Microsoft, che hanno fondato le proprie fortune su internet e che ad oggi non sono regolamentate dalla FCC e quindi non contribuiscono all’USF, dovrebbero pagare una percentuale delle loro entrate per aiutare a mantenere attivi i programmi USF e aiutare il governo federale a finanziare i suoi sforzi per colmare il divario digitale.

Queste aziende hanno utilizzato gratuitamente internet, così come oggi la conosciamo tutti e cioè più o meno “neutrale”, mentre al contrario milioni di americani hanno pagato una tassa aggiuntiva sulle loro bollette telefoniche per finanziare il Servizio Universale e la banda larga in aree non coperte, conclude Carr.

Il dibattito è aperto e lo scontro è ancora in campo aperto anche se, va detto, incomincia ad imporsi fra la quasi totalità dei Democratici e ultimamente anche su alcuni Repubblicani, la chiara idea che il Paese non può non avere uno standard più elevato per la velocità di internet soprattutto nelle comunità urbane e suburbane dove manca fisicamente la connessione a internet su rete fissa.

Un dibattito sicuramente da seguire perché avviene in un Paese che l’internet di oggi l’ha inventata e perché per certi aspetti è simile a quello che da qualche anno avviene in un’Italia che deve assolutamente ritrovare una nuova e lucida visione industriale.

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