Economia dell’innovazione, crescita e sviluppo del Paese e delle imprese:

Indice

alcuni spunti per la riflessione

Di Renato Loiero

Innovazione e conoscenza come motori della crescita economica

L’innovazione è un fattore fondamentale del progresso economico che porta beneficio ai consumatori, alle imprese e all’economia nel suo insieme. In termini economici, l’innovazione indica lo sviluppo e l’applicazione di idee e tecnologie che migliorano beni e servizi oppure ne rendono più efficiente la produzione. Un classico esempio di innovazione è lo sviluppo della tecnologia della macchina a vapore nel XVIII secolo. La sua applicazione ha reso possibile la produzione di massa nelle fabbriche e ha rivoluzionato i trasposti attraverso la ferrovia. Più recentemente, la tecnologia informatica ha trasformato il modo in cui le società producono e vendono i loro beni e servizi, aprendo così la strada a nuovi mercati e a nuovi modelli imprenditoriali.

Lo studio dei rapporti tra economia e innovazione ha generato nei secoli una vera e propria disciplina: l’Economia dell’innovazione. Essa enfatizza proprio il rapporto tra innovazione, imprenditorialità e crescita economica e si basa su due principi fondamentali: la politica economica dovrebbe avere, come principale obiettivo, il conseguimento di una più alta produttività attraverso l’innovazione; i mercati si affidano su risorse in ingresso e il prezzo da solo non è sempre efficace a stimolare una maggiore produttività, e così la crescita economica. 

Joseph Schumpeter fu uno dei primi e più importanti studiosi che ha ampiamente affrontato il tema dell’innovazione in Economia.

Gli economisti dell’innovazione teorizzano che ciò che guida la crescita economica primariamente oggi, in una economia basata sulla conoscenza non sia l’accumulo di capitale, come asserito dalle teorie neoclassiche, ma la capacità innovativa emergente dalla conoscenza e dalle tecnologie.

La crescita economica è il prodotto finale: della conoscenza (tacita, incrementale o codificata) e delle politiche che favoriscono l’imprenditorialità e l’innovazione (Ricerca e sviluppo, permessi, licenze, etc.); dei riversamenti tecnologici e esternalità tra aziende collaborative e sistemi di innovazione che creano ambienti innovativi (cluster, agglomerati, aree metropolitane, etc.).

Da un punto di vista macroeconomico, quindi, uno dei principali benefici dell’innovazione è il suo contributo alla crescita economica. Semplificando, l’innovazione può favorire una più elevata produttività e dunque maggiore prodotto a fronte degli stessi fattori produttivi. L’aumento della produttività genera più beni e servizi; in altri termini, l’economia cresce.

L’innovazione e la crescita della produttività apportano ampi benefici a consumatori e imprese generando un processo moltiplicatore nell’economia: la crescita della produttività determina un aumento dei salari dei lavoratori, che avendo più denaro a disposizione possono acquistare più beni e servizi. Allo stesso tempo, le imprese divengono più redditizie e si trovano nella condizione di poter investire e assumere più dipendenti.

Nel caso specifico, quindi, il problema italiano dei bassi salari (dal 1991 al 2022 sono cresciuti dell’1% contro il 32,5% della media OCSE; Fonte: Inapp) è legato anche e soprattutto alla bassa crescita della produttività che sconta un basso livello di investimenti nei settori strategici e tecnologicamente più avanzati.

Da un punto di vista microeconomico, e quindi dell’impresa, l’innovazione ha inizio su piccola scala, ad esempio nel caso della prima applicazione di una nuova tecnologia nell’impresa in cui è stata sviluppata o in uno spin off universitario. Tuttavia, affinché si realizzino appieno i benefici dell’innovazione è necessario che questa si diffonda nell’economia e apporti gli stessi vantaggi anche a imprese di settori e dimensioni diversi o appartenenti a filiere e reti di impresa. Gli esperti chiamano questo processo la diffusione dell’innovazione o diffusione a grappoli.

Innovazione e imprese

In considerazione del contesto economico italiano che vede dominare la forte presenza di imprese di piccola dimensione (hanno mediamente una minore propensione all’innovazione rispetto alle imprese di più grandi dimensioni come dimostrano tutte le survey dell’Istat e dei principali Centri di ricerca italiani), l’innovazione di prodotto, di processo ma anche quella organizzativa e finanziaria, tradizionalmente è stata di tipo non codificato o tacito e incrementale (step by step). Caratteristica che ha contribuito in maniera potente alla crescita e sviluppo del nostro sistema di impresa fino alle soglie del nuovo millennio.

La globalizzazione da un lato e l’ingresso di nuovi players sulla scena economica internazionale (ad esempio vedi i Paesi BRICS) unitamente all’avvento di internet prima e, poi, dei big data e più di recente dell’ intelligenza artificiale (AI) ha “costretto” le nostre imprese a brevettare di più rispetto al passato e a codificare e programmare la domanda/offerta di innovazione.

Il numero di imprese nel settore ICT

I dati mostrano che il numero di imprese registrate nel settore ICT nel 2023 è stato pari a 11.253 aziende, di cui si 1.436 PMI innovative ICT e 9.817  startup ICT.

La maggior parte si trovano in Lombardia, Lazio e Campania per un totale del circa 50% delle imprese registrate. La Lombardia, nello specifico, conta da sola il 28%, seguita dal 13,8% del Lazio e dall’8,8% della Campania. Altre regioni con una buona rappresentanza sono Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Puglia, Toscana e Sicilia.

Se si guarda alla grandezza della realtà operanti nel settore ICT, si tratta soprattutto di microimprese, con oltre due terzi che impiega fino a 4 addetti. Circa l’80% di queste aziende ha un capitale proprio inferiore a 50.000 euro e un terzo ha un valore della produzione inferiore a 100.000 euro. Pochi sono però i giovani under 35 mentre le imprese guidate da donne sono circa l’11,9%.

Infine le realtà del settore si concentrano soprattutto su prodotti e servizi ad alto valore tecnologico, con particolare attenzione sui digital enabler.

Questi includono sviluppo di app, servizi di cloud computing, cybersicurezza, e molto altro ancora.
I principali filoni di attività per queste imprese sono le soluzioni digitali (12,7%), seguite dalle soluzioni di IoT (12,5%) e l’intelligenza artificiale e machine learning (11,3%). Anche l’industria 4.0 e le Mobile app mostrano una forte presenza, con rispettivamente il 7,1% e il 6,7% delle imprese focalizzate in questi settori. Altri filoni di attività con un potenziale di mercato significativo includono e-commerce, big data & data science, blockchain, social science e cybersecurity e cripto.

Le rilevazioni dell’Istat sull’innovazione nelle imprese

Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat sull’innovazione nelle imprese – coordinata a livello europeo con la Community Innovation Survey (CIS) –  svolta sulle imprese dell’industria e dei servizi con riferimento al triennio 2018-2020 (è in corso quella relativa al periodo 2020-2022), si stima che il 50,9% delle imprese industriali e dei servizi con 10 o più addetti abbia svolto attività finalizzate all’introduzione di innovazioni.

Rispetto al periodo precedente (2016-2018), la quota di imprese innovatrici si è ridotta di circa 5 punti percentuali. Si conferma la tendenza crescente della propensione all’innovazione all’aumentare della dimensione aziendale (dal 48,4% del totale nella classe 10-49 addetti, al 65,7% in quella 50-249 addetti e al 76,0% nelle imprese con 250 addetti e oltre), ma la contrazione degli investimenti in innovazione rispetto al 2016-2018 interessa tutte le imprese, indipendentemente dalla loro dimensione (le piccole imprese – 4,8 punti percentuali, quelle di media dimensione -5,7 p.p. e le grandi -5,0 p.p.).

Nel periodo 2018-2020 le imprese con attività innovative possono definirsi innovatrici nella maggior parte dei casi, hanno cioè introdotto con successo, sul mercato o all’interno dell’azienda, almeno un’innovazione di prodotto o di processo (45,9% del totale delle imprese). Tuttavia, anche la quota di imprese innovatrici diminuisce (-3,8 p.p.), sebbene in misura inferiore rispetto alla più ampia categoria delle imprese con attività innovative (per le quali il processo innovativo non ha prodotto risultati nel triennio considerato).

La capacità di sviluppare e introdurre innovazioni con successo è più diffusa tra le grandi imprese (70,2%) rispetto alle piccole (43,5%). Tuttavia, rispetto al periodo 2016-2018, le prime registrano un andamento peggiore rispetto alla media (-6,2 punti contro -3,8 delle piccole imprese). A subire le maggiori perdite è l’Industria (-7,8 punti percentuali tra gli innovatori di successo) e, in particolare, la manifattura (-8,0 punti). Il calo è più contenuto nel settore dei Servizi (-2,0 punti), mentre nelle Costruzioni, in controtendenza rispetto all’andamento generale, si registra una crescita sensibile (+6,0 punti, passando dal 29,3% al 35,3%).

Continua a prevalere la tendenza delle imprese italiane a innovare i processi aziendali piuttosto che sviluppare nuovi prodotti per il mercato (43,6% contro 26,8%), ma rispetto al triennio 2016-2018 diminuisce sia la quota di imprese che realizzano innovazioni di prodotto (-4,3 punti) sia di quelle che investono in nuovi processi (-3,8 punti).

A livello dimensionale, nelle piccole imprese gli investimenti in nuovi processi riguardano il 41,2% delle unità e quelli in nuovi prodotti solo il 25,0%. L’impegno è maggiore tra le imprese di fascia intermedia (rispettivamente il 57,6% e il 37,4%) e raggiunge i livelli massimi nelle grandi (67,7% e 49,5%).

Digitale e imprese

Ad oggi siamo il Paese con maggiori risultati raggiunti nella trasformazione digitale nell’ambito del PNRR, che a questo obiettivo destina 47 miliardi di euro, il 37% di tutte risorse europee per la digitalizzazione del piano Next Generation EU. Il dato, specifica il Politecnico di Milano, che  monitora l’avanzamento dei lavori, include 40 miliardi della Missione 1, più le iniziative di digitalizzazione di altre cinque Missioni (le Missione del “nuovo PNRR sono in totale 7).

Secondo l’ Osservatorio Digital Innovation  del Politecnico di Milano, il 2024 rappresenta la fase più critica in quanto si apre una nuova fase per l’Agenda Digitale dell’Italia, ancor più ricca di opportunità e di criticità che in passato.

Infatti, mentre l’Italia è impegnata a realizzare nei tempi previsti gli interventi del PNRR (ancora un triennio, 2024-2026), sarà necessario pensare a come dare un futuro sostenibile alla trasformazione digitale. È importante farlo ora, mentre entriamo nella fase più complessa del Piano e impostiamo le politiche di coesione, per garantire continuità d’azione e un uso corretto delle risorse disponibili. In pratica non si dovrà permettere che “la fine del PNRR rappresenti le ‘colonne d’Ercole’ per gli interventi di trasformazione digitale del Paese” precisano i ricercatori del Politecnico di Milano.

A tal fine la Pubblica Amministrazione sarà fondamentale nell’attuazione del PNRR e nel raggiungimento degli obiettivi di trasformazione digitale. Almeno il 60% delle risorse del Piano è destinato, infatti, a PA centrali, locali o imprese pubbliche.

L’indagine Unioncamere-Dintec su digitale e imprese

Dal punto di vista delle imprese, il digitale è tra le innovazione che maggiormente hanno interessato la loro attenzione negli ultimi anni. Il digitale cresce tra le imprese italiane che in maggioranza utilizzano abitualmente il web per i loro affari (vedi e-commerce, e-marketing, etc.), anche se, su questo tema, resta marcato il divario fra il Centro-Nord ed il Sud del Paese.

Ciò è mostrato dalle elaborazioni effettuate da Unioncamere e Dintec (anno 2023) sui risultati di SELFI4.0, il test di autovalutazione della maturità digitale messo a disposizione dai PID – Punti impresa digitale delle Camere di commercio: ad oggi, 60mila imprese si sono cimentate con questo strumento, rivelando, così, le proprie capacità e competenze in materia di nuove tecnologie.

Negli ultimi 4 anni, il digitale non è più un tabù per il 57% delle aziende. Un miglioramento notevole, considerando che nel 2018 le imprese con maggior digitalizzazione erano meno del 40%. Paradossalmente la crisi pandemica ha accelerato il processo di digitalizzazione delle nostre imprese.

Da un punto di vista territoriale, Trentino Alto Adige, Lombardia ed Emilia Romagna sono le regioni in cui si registrano i valori più elevati di maturità digitale tra le imprese. Puglia, Sicilia e Calabria quelle con i valori più bassi.  Forti divari, quindi,  sono presenti nella Penisola: i maggiori livelli di digitalizzazione si riscontrano nel Nord Ovest e nel Nord Est, mentre al Centro e, soprattutto, nel Mezzogiorno si registrano i valori più contenuti.
 

Le imprese dei servizi avanzati e del settore manifatturiero segnano la maturità digitale più alta, superiore a quella del commercio e dell’agricoltura. Il livello di digitalizzazione aumenta inoltre al crescere della dimensione d’impresa, con le aziende di 50-249 addetti che segnano il valore massimo mentre le micro e piccole imprese hanno maggiori problemi ad essere protagoniste dell’era digitale.

I dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI della School of Management del Politecnico di Milano

Secondo il Politecnico di Milano (anno 2023), a fronte del 42% di PMI italianeche crede e realizza investimenti in tecnologia digitale, più di tre PMI su dieci non riconoscono il valore del digitale all’interno del proprio settore di appartenenza. La crescita della cultura digitale – capacità di elaborare nuove visioni, investire nelle competenze del personale, usare le tecnologie per agire sui modelli organizzativi, di business e relazionali – è ancora una debolezza diffusa.

La digitalizzazione dei processi lavorativi è spesso avviata ma portata avanti con strumenti non avanzati. I software ERP sono impiegati dal 40% delle PMI ma è ancora elevato il numero delle imprese che non li conoscono o non sono interessate a introdurli.

È possibile classificare le PMI italiane in quattro profili di maturità digitale, in base al loro approccio alla trasformazione digitale, al livello di trasformazione digitale e al grado di collaborazione con soggetti esterni. In sintesi, sono ancora la minoranza le PMI che presentano un profilo convinto (36%) o avanzato (9%). Di contro, il 55% delle PMI mostra un atteggiamento timido (39%) o scettico (16%) nei confronti della trasformazione digitale, mancando soprattutto di un approccio olistico e di una visione strategica di lungo termine.

La conclusione che si trae dai dati presentati in questa nota è che il percorso verso la modernità tecnologica e digitale dell’economia italiana e delle sue imprese è ancora lungo e tortuoso in particolare per le imprese di più piccole dimensione e per il Sud.

Il triennio 2024-2026 attraverso la realizzazione degli investimenti previsti dal PNRR sarà un triennio strategico e rappresenterà una opportunità da non sprecare per il nostro sistema produttivo al fine di colmare il gap tecnologico delle nostre imprese con quelle degli altri Paesi europei e non solo, con benefici per la crescita della produttività e, quindi, per l’aumento dei salari.

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