Open source, free speech e privacy nei social network. Ritornare allo spirito di internet delle origini con un occhio alla tokenomy?
Open source, free speech e privacy nei social network. Ritornare allo spirito di internet delle origini con un occhio alla tokenomy?

Indice

Mai come in questo momento in cui Elon Musk e Twitter riempiono i media di news e dibattiti su argomenti complessi e di non poco conto, i social network, nati, sviluppati e percepiti come l’agorà della libertà di parola e della condivisione delle idee, si trovano ad affrontare la dicotomia fra chi li considera come il ricettacolo di ogni tipo di falsità, negazionismo ed odio e altri che invece sostengono che le aziende che li gestiscono sono diventate addirittura troppo pregnanti in termini di controllo e sorveglianza sui contenuti pubblicati. Come uscirne?

Di Massimo Comito

Eric Schmidt, Amministratore Delegato di Google dal 2001 al 2011, presidente esecutivo fino al 2017 e consigliere tecnico fino al 2020, è stato sicuramente uno dei visionari che hanno più contribuito a disegnare l’internet come la conosciamo oggi, con alcune disfunzioni ma sicuramente dispensatrice di grandissimi vantaggi che vorremmo mantenere e persino aumentare.

Intervistato da CNBC Make It, che all’interno di CNBC si occupa di informazione finanziaria e di business, dice di aver investito poco in criptovalute ma di essere piuttosto interessato al futuro del Web3 decentralizzato e della “tokenomy” che, secondo lui, introdurranno nuovi modelli, per la proprietà dei contenuti e nuovi modi di compensare le persone, molto interessanti.

Schmidt sostiene che il Web3 è una nuova internet, dove ogni individuo controlla la propria identità senza necessità di una gestione centralizzata. Arriva a definirlo come un modello “molto seducente e molto decentralizzato” e dice addirittura “ricordo quella sensazione provata a 25 anni, quando decentrato sarebbe stato tutto”.

Questo salto all’indietro, dico subito affatto retrogrado, che l’ex AD di Google ci fa fare, merita di essere approfondito e richiama un interessante paper pubblicato nel 2019 da Mike Masnick sul prestigioso sito del Knight First Amendment Institute at Columbia University, istituto fondato nel 2016 dalla Columbia University e dalla John S. and James L. Knight Foundation, per salvaguardare la libera espressione nel mutevole paesaggio dell’era digitale.

In quel momento in cui, riguardo ai social network, iniziano a prendere corpo presso l’opinione pubblica argomenti come il free speech e la tutela della privacy e, allo stesso tempo, le esigenze di innovazione verso nuovi business online – oggi prepotentemente alla ribalta grazie ad Elon Musk – in questa articolata pubblicazione, Masnick propone piuttosto un approccio tecnologico a tali argomenti e tali esigenze ed in estrema sintesi invoca il ritorno ad una rete in cui i protocolli siano di nuovo dominanti sulle piattaforme, esattamente come internet era una volta.

Una internet basata su istruzioni e protocolli standard o “open source” su cui le “applicazioni client” erano sviluppate da chiunque, per assicurare la piena interoperabilità e compatibilità in ambito IP: dalla posta elettronica che usava il Simple Mail Transfer Protocol, alla chat con l’Internet Relay Chat, da usenet e i suoi forum, quasi il bisnonno dei social network, usato come sistema di discussione distribuito con il Network News Transfer Protocol, al world wide web con l’HyperText Transfer Protocol.

Secondo lui, i problemi iniziano quando piuttosto che inventare nuovi protocolli standard – per esempio “un protocollo del social network” come quello della posta elettronica – su cui consentire a tutti di sviluppare applicazioni ed interfacce interoperabili, sono iniziate a proliferare piattaforme centralizzate private che, sfruttando i protocolli open già esistenti e affiancandovi però protocolli sempre più proprietari, hanno di fatto costruito dei walled garden intorno ad essi: secondo la visione per certi versi romantica di Masnick ci siamo incamminati inesorabilmente da un mondo in cui i protocolli standard dominavano, perché il loro obiettivo era una vera decentralizzazione delle applicazioni tutte interoperabili, a uno in cui le piattaforme centralizzate controllano tutto.

Piattaforme che, per esempio, oggi ospitano i principali social network, ubicate e gestite in paesi più o meno democratici, diventate “pozzi neri di trolling”, che alimentano bigottismo, odio e disinformazione anche attraverso algoritmi, progettati secondo input aziendali ben precisi e con intenti spesso maliziosi, che misurano le reazioni e le amplificano artatamente al solo fine di assicurarsi traffico, propinare pubblicità e guadagnare visibilità delle proprie piattaforme.

Forse è proprio riferendosi a Masnik che Jack Dorsey, co-fondatore e precedente Amministratore Delegato di Twitter e oggi sostenitore di Elon Musk nella volata verso il social network, citando il paper in un tweet come un riferimento per un “percorso credibile in avanti”, fa un tentativo verso lo sviluppo di uno “standard in the open” a fine 2019 attraverso il lancio del progetto BlueSky. Progetto, guarda caso, riapparso in questi ultimissimi giorni con l’annuncio, sempre tramite tweet, del rilascio di ADX – Authenticated Data eXperiment – per esplorare l’auto-autenticazione dei dati che dovrebbe spostare l’autorità dal centro all’utente con l’obiettivo di consentirgli di pubblicare sul servizio di qualunque host/provider in piena continuità. Un social network decentralizzato, open source, per superare le criticità ben note della piattaforma Twitter e che oggi, perché no, potrebbe rappresentare un obiettivo per la nuova proprietà (lo stesso Musk ha recentemente twittato “make the algorithms open source to increase trust”).

Non solo. L’obiettivo di BlueSky è (o almeno lo era nel 2019) anche quello di innovare il servizio con prestazioni possibili con tecnologia decentralizzata basata su blockchain, la più interessante delle quali sicuramente la tokenizzazione con token sia fungibili, come le criptovalute, che non, come gli Nft, per la certificazione della proprietà del contenuto pubblicato sul social stesso.

Social network open source di questo tipo erano e sono già sul mercato – solo per fare qualche esempio, da Minds che consente di guadagnare ricompense in criptovalute, a Mastodon, privo di algoritmi e pubblicità, o anche Steem, che si definisce come una “blockchain sociale” che rende possibile un reddito per gli utenti che condividono contenuti e All(about).me, una rete digitale per il blogging, la monetizzazione e lo shopping – e l’AD di Twitter, almeno nel 2019 al lancio di BlueSky, è convinto che la vera innovazione avrebbe dovuto prendere la direzione dell’open source e della decentralizzazione.

A differenza delle piattaforme tradizionali in cui i dati degli utenti del social network sono registrati in maniera centralizzata sulla piattaforma gestita dalla società che la possiede, nel caso dei nuovi social sarà l’utente che sceglierà il nodo/host in cui registrarsi fra quelli presenti nella blockchain con un meccanismo che richiama quello utilizzato dalle cripto valute.

Ritornando a Masnick, in un’architettura “protocol-based”, un nodo potrebbe essere quello di una società di archiviazione dati dedicata, che ospiterebbe i dati crittografati degli utenti nel cloud (dati che potrebbero fungere da identità unica) in cui è l’utente stesso ad abilitare selettivamente l’accesso, per qualsiasi scopo fosse necessario in un dato momento, a quello che lui chiama gli “interface provider” che hanno appunto sviluppato interfacce social network-like. Non ci sarà bisogno di costruire un social network completamente nuovo se si ha già accesso a tutti coloro che fanno uso del “protocollo del social network”: basterà concorrere con gli altri e fornire una diversa e migliore interfaccia ad esso.

E questo, in quanto a tutela della privacy è un progresso non da poco: i dati personali saranno e rimarranno di proprietà di chi si iscrive al social network perché all’atto dell’adesione chi è chiamato a registrare i propri riferimenti personali, che viaggiano protetti da algoritmi di crittografia, deve dare un consenso esplicito all’interface provider di turno per la loro condivisione con terze parti ed, eventualmente, per il loro utilizzo anche ai fini di una monetizzazione commerciale.

E’ particolarmente interessante cercare di capire cosa succederebbe nel caso del “free speech”, in particolare il controllo dei contenuti che gli utenti postano nei social network decentralizzati, avendo in mente il modello commerciale su cui si basano le piattaforme tipo Twitter, TikTok o Meta: cioè quello di servizi non pagati dall’utente attraverso un canone (almeno fino ad oggi visto le ultime dichiarazioni di Musk) ma, nella realtà, attraverso la cessione dei dati sensibili e dei riferimenti a propri comportamenti per subire pubblicità di prodotto se non un vero e proprio orientamento comportamentale ed ideologico.

Nei nuovi social, quelli strutturalmente decentralizzati, non esistendo nessun gestore unico di una piattaforma, un repository unico di tutti i dati sensibili, l’utente non subisce alcun controllo sulla propria identità, sulle attività e sui contenuti che pubblica, non subisce “orientamenti” da algoritmi a lui sconosciuti che possono influenzare gli acquisti e le idee. È lui l’unico responsabile di questi contenuti per i quali non può subire alcun tipo di blocco e/o censura.  

Sembrerebbe il trionfo delle fake news, della disinformazione e della propaganda ma questo è tutto da dimostrare. Secondo Masnick, la numerosità degli interface provider che agirebbero nell’interesse dei propri clienti, un loro lock-in meno pregnante (“posso abbondonare il social network quando voglio, se disturbato eccessivamente e senza problemi senza essere tagliato fuori dai social network in generale”) e quindi una maggiore concorrenza che tenderebbe a migliorare il servizio per gli utenti sia sul fronte tutela della privacy sia sul fronte dell’auto-regolazione dell’hate speeching e del trolling, sono tutti motivi che giustificherebbero il ritorno ad un sistema protocol-based che sposta gran parte del processo decisionale dal centro alle estremità della rete.

Molto semplicemente una granularità maggiore di filtri ed interfacce originate da una maggiore concorrenza (rispetto alle relativamente poche big tech) farebbe in modo che le opinioni estremiste avrebbero meno probabilità di assurgere all’onore delle cronache e trovare un ampio palcoscenico nel mainstream.

D’altra parte, l’unica cosa certa è piuttosto quello che già avviene sulle piattaforme tradizionali, che tutti noi abbiamo imparato a conoscere da qualche anno a questa parte in termini di contenuti circolanti, dalle interferenze politiche interne ed esterne ai diversi paesi, alla pandemia, alle notizie dal fronte di guerra di questi ultimi tre mesi e che le società come Meta, YouTube e Twitter, fra falsi negativi e falsi positivi, hanno grandissime difficoltà a moderare e filtrare, nonostante gli sforzi innegabilmente profusi in termini di numero di impiegati addetti alla moderazione dei contenuti che possono, fra l’altro, interpretare tali contenuti molto diversamente.

Inoltre, c’è qualcuno, al di fuori di chi gestisce le piattaforme centralizzate, che riesce a quantificare l’influenza che certi algoritmi proprietari esercitano sugli utenti, più o meno inconsciamente, per infiammare reazioni, hate speech e disinformazione?

La soluzione che propone Masnik è molto interessante e per certi versi visionaria ma sicuramente impegnativa visto lo stato e il successo delle attuali (poche) piattaforme che gestiscono già centinaia di milioni di utenti. Per il momento, almeno in Europa, ci affideremo all’accordo sul Digital Services Act (DSA) tra il Consiglio e il Parlamento Europeo per contrastare, come è possibile, la diffusione di contenuti illegali e garantire la tutela dei diritti fondamentali degli utenti quali la privacy. Un principio semplice nei presupposti: “ciò che è illegale offline dev’essere illegale online”. Vedremo se lo è anche nell’attuazione pratica.

altri
articoli