L’esplosione della domanda di contenuti OTT in rete: una riflessione sul “network usage” e i costi di trasmissione
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Il caso della Corea del Sud che sta sperimentando l’esplosione del traffico di streaming dovuto alle nuove produzioni dei diversi Over The Top (OTT) e temi quali la trasmissione sulla rete del calcio che impattano pesantemente le reti di accesso e di trasporto, dovrebbero dare uno spunto di seria riflessione…

Di Massimo Comito

…anche sulla tenuta degli operatori di telecomunicazione che queste reti le costruiscono e le mantengono con risorse proprie e/o pubbliche alimentate dalla realizzazione dei piani governativi post-pandemici.

A chi la notizia fosse sfuggita, ormai dal 2018, la Corea del Sud, che anche nelle telecomunicazioni è senza dubbio un benchmark e un precursore assoluto nel mondo, è protagonista di una battaglia legale fra l’internet service provider (ISP) SK Broadband (SKB) e l’OTT Netflix nei confronti del quale l’ISP coreano, in estrema sintesi, vanterebbe un contributo per l’ampliamento e la manutenzione della rete broadband su cui viaggiano trilioni di dati originati dall’OTT.

Il razionale a base della richiesta da parte di SKB è appunto il “network usage” o uso della rete, la rete su cui Netflix trasmette tutte le sue produzioni, generatrici di un traffico letteralmente esplosivo, senza corrispondere alcunché all’ISP coreano (come per altro YouTube di proprietà di Google) che, al contrario, dichiara di essere costretto a sostenere ingenti investimenti incrementali per l’adeguamento e la manutenzione della propria rete a fronte di un’impossibilità di aumento dei canoni ai propri clienti.

In questi ultimi giorni in un articolo su Reuters viene meglio dettagliato l’andamento della controversia ed evidenziato che il recente lancio di due serie di successo planetario trasmesse in streaming da Netflix, le serie Squid Games e D.P., hanno contribuito con decisione a far aumentare il traffico che, solo sulla rete di SKB, è esploso di 24 volte da maggio 2018, raggiungendo i 1.2 trilioni di bit processati al secondo a settembre 2021.

Per fare altri esempi di quello che gli operatori di telecomunicazione (telco) stanno affrontando in termini di necessità di investimenti in infrastrutture dovuta al repentino aumento del traffico (escludendo in questo contesto le forti esigenze di digitale che la pandemia ha messo sul tavolo e che riguardano fonti di traffico diciamo “non ludiche” quali il lavoro da casa e non, i servizi pubblici al cittadino, l’e-health, ecc.) c’è anche la visione del calcio che, soprattutto in Europa, da qualche anno si sta spostando dalle piattaforme “tradizionali”, ovvero il satellite, il cavo e il digitale terrestre, al live “streaming” su rete a larga banda.

Gli italiani ne stanno sperimentando gli effetti da qualche settimana: l’esclusiva dei diritti delle 10 partite di Serie A concessi all’OTT Dazn ha messo in luce ancora una volta quanto siano necessari continui adeguamenti sulla rete a larga banda da parte delle telco.

Chi costruisce e fa funzionare la rete per “servire” al meglio, sia in termini di robustezza ed affidabilità che in termini di capillarità, un traffico di streaming di “intrattenimento” in fortissima crescita e concentrato spesso in rigide fasce orarie (le partite), deve investire sempre di più utilizzando risorse sia proprie che pubbliche (queste ultime in misura sempre maggiore perché previste dai piani mondiali di ripresa e resilienza).

Val la pena solo di ricordare che nel modello “tradizionale” (satellite, cavo, digitale terrestre) il produttore/distributore di contenuti paga anche per le infrastrutture e i servizi di trasmissione, mentre nel modello “streaming” i costi per la trasmissione ricadono su un terzo (la telco) che viene remunerato direttamente dal cliente finale che paga l’accesso per tutti i servizi di rete che lui effettivamente “sceglie e utilizza”, anche quelli che sempre di più si potranno definire “essenziali” perché legati al lavoro, alla fruizione di servizi pubblici e non, alla salute.

D’altra parte chi produce o distribuisce i contenuti ed investe per farlo, ritiene di avere in mano la cosiddetta “killer application” del broadband senza la quale la costruzione di reti super veloci non avrebbe molto senso e che perciò ritiene, nella esplicazione della cosiddetta “catena del valore”, che ciascun player si debba occupare della propria porzione di costi e ricavi senza la necessità di contribuzioni dall’uno altro produttore: telco da un lato e OTT dall’altro. Sono i clienti che, in questa catena del valore, scelgono il servizio da utilizzare in rete.

Per il beneficio di tutti gli utilizzatori della rete, in quest’ultima difesa di parte, non può essere ignorata la vitale importanza del traffico che non riguarda “l’intrattenimento” la cui efficienza di trasmissione è sempre più importante per la vita dei cittadini e che le telco devono per istituzione assicurare, accompagnare e supportare al meglio e sempre di più, come la pandemia appunto ci ha insegnato.

Ancora. Un ulteriore fenomeno cui stiamo assistendo, causa e/o effetto del forte sviluppo dello streaming originato da calcio e produzioni/distribuzioni degli OTT, è la discesa in campo dei produttori di apparecchi TV, uno degli elettrodomestici presenti nelle nostre case. Se pensiamo che oggi per vedere un contenuto in streaming è necessaria l’app di chi lo trasmette (l’app Dazn, Amazon Prime Video o Netflix per capirci) e che queste app per funzionare devono essere istallate sull’hardware necessario, uno smartphone, un tablet, un TV set-box, uno stick, ecco che all’orizzonte si affacciano anche i grandi produttori di apparecchi TV, in particolare Smart TV.

Perché non iniziare a produrre Smart TV con le app di tutti i produttori di contenuti già “istallate o embedded” evitando di costringere gli utenti all’acquisto di stick o set-box esterni che le telco forniscono?

Il fenomeno è all’inizio (anche se Netflix ha già accordi in campo con diversi produttori di TV che prevedono già il relativo “tasto” programmato sul telecomando) ma è notizia ormai diffusa che da Sky ad Amazon in molti stanno pensando di produrre/acquistare tecnologia Smart TV da vendere con il proprio brand e con la propria app “embedded”.

Per non parlare di colossi come Samsung o Sony che ospiterebbero sulle proprie Smart TV tutte le app necessarie al mercato dei contenuti da fruire in streaming, dal calcio, ai film, alle serie televisive, rendendo di fatto superflui i TV set-box forniti dalle telco e spesso usati per “fidelizzare” i clienti alla propria rete.

Per le telco, dunque, altri concorrenti si affacciano all’orizzonte, concorrenti globali e con ingenti risorse economiche che facilmente possono scalare la catena del valore e soprattutto per loro sempre più traffico da gestire sulle proprie reti da costruire e mantenere.

Ritornando al caso coreano accennato prima, la richiesta da parte dell’operatore di rete è una di quelle che definiremmo “molto critica”, al di là della cifra che SKB pretenderebbe da Netflix e cioè circa 23 milioni di dollari solo per il 2020, perché un “precedente delicato” essendo contiguo ad un principio basilare, molto radicato ed assodato in Europa e che è invece oggetto di acceso dibattito negli Stati Uniti fra Repubblicani e Democratici, e cioè la “Net Neutrality”: la rete, e quindi le telco che la gestiscono, deve “trattare” alla stessa maniera tutto il traffico che trasporta, deve essere cioè “neutrale”. Conseguentemente, secondo questo principio, le telco non possono discriminare il traffico per diversa qualità e/o praticare prezzi maggiori per parte di esso, magari quello indirizzato verso le piattaforme degli OTT che necessitano di reti più robuste, più affidabili e meglio controllate.

In verità il principio è già stato, diciamo così, “affrontato e messo in discussione” in alcuni paesi perché in effetti l’eventuale “cura speciale” di parte del traffico e in particolare la “differenziazione del prezzo” non è rivolta verso il consumatore: negli Stati Uniti, secondo Reuters, Netflix paga da oltre sette anni una “fee” a Comcast per assicurarsi una velocità di streaming maggiore per i propri flussi di traffico, ma anche nella stessa Corea del Sud, Amazon, Apple and Facebook stanno già corrispondendo a SKB contributi per un uso “più controllato” della rete.

Gli argomenti fin qui affrontati pongono un problema non banale (anche perché, per molti, specie in Europa considerato “intoccabile”) che deve però, quanto meno, essere affrontato, come fatto già in alcuni paesi e risolto, se ci si riesce; ma alcune domande dobbiamo iniziare a farcele viste le premesse in termini di aspettativa di crescita del traffico da produzioni per l’intrattenimento. Eccone alcune:

È ragionevole cominciare ad affrontare una, se pur parziale, rivisitazione di un principio assoluto di democrazia come quello della neutralità della rete, senza alcuno preconcetto ideologico e senza tarpare le ali al libero sviluppo del pensiero e delle idee? È ragionevole pensare che già oggi di fatto le telco in diversi paesi sono costrette a “trattare e privilegiare” il traffico verso determinati OTT? È ipotizzabile affrontare la questione di uno sharing “regolato” dei costi delle reti (che saranno sempre di più finanziate dagli Stati) con chi, attraverso esse, vende i propri servizi con enormi economie di scala che potenzialmente limitano la competizione con le telco/operatori nazionali? È ipotizzabile che forse si potrebbero maggiormente spingere produzioni di intrattenimento da parte di vecchi e nuovi operatori nazionali? È ragionevole pensare che un eventuale “fee” per il “network usage” alle telco da parte degli OTT nei diversi paesi non avrebbe alcun impatto sui prezzi al consumo essendo l’offerta di intrattenimento sempre più disponibile, variegata e competitiva? È ragionevole sostenere che i piani di ripresa e resilienza nazionali, oltre a finanziare le telco del paese per un legittimo sviluppo delle relative infrastrutture di telecomunicazione, finanzieranno indirettamente pure i già capienti colossi multinazionali basati all’estero? Prospetticamente, quale sarà l’interesse e soprattutto le possibilità delle telco di ampliare e manutenere le reti a fronte di ricavi, nel migliore dei casi, stabilizzati dai clienti e costi sempre crescenti per l’aumento esponenziale del traffico? Come assicurare che le telco assicurino a tutti i cittadini “servizi essenziali” che siano sempre più efficienti?

Le risposte ai lettori che hanno avuto la pazienza di arrivare fin qui.

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