La dinamica della salute in Italia: un confronto generazionale.

Indice

Abstract: Ancora prima che il Covid-19 si abbattesse sul nostro Paese, il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione erano due fattori demografici preoccupanti per l’Italia. Il tema della iniquità generazionale, fino ad ora toccato principalmente in termini di opportunità socio-economiche, esisteva già da prima e non si è fatto  molto per risolverla.

L’aumento della disoccupazione giovanile, della fuga dei cervelli, della age dependency ratio, l’alto tasso di giovani che non studiano né lavorano (gli ormai celebri “NEET”), così come il calo della spesa pubblica in istruzione e il persistere del numero di laureati tra i più bassi in Europa, erano indicatori preoccupanti già prima del Covid-19. 

Ciò che finora, forse, ha occupato meno le cronache è un altro tipo di dinamica generazionale, portata, ahimé, alla luce in modo drammatico dalla pandemia. Lo Stato di salute non è uguale per tutte le età. E ad avere la peggio è una intera generazione di  “Giovani, carini e disoccupati”: i figli dei Baby Boomer o altrimenti noti come la “Generazione X”.

Di Serena Fiona Taurino

1. Introduzione

I Baby Boomer (la generazione nata dal 1946 al 1965), invecchiano. In Italia come negli altri paesi industrializzati Dopo aver goduto di una rampante gioventù, oggi approdano, nel complesso, a una confortevole vecchiaia da Silver Boomers, dominando la società in termini di ricchezza e reddito medio, limitando i “patemi d’animo”, assicurandosi pensioni che, nel complesso, incidono fortemente sulla spesa pubblica. I bisogni crescenti di questa generazione, messi ancora più drammaticamente in luce dalla recente pandemia da Covid-19, destano preoccupazione per la sostenibilità futura della sanità pubblica. Ancora oggi, tuttavia, in Italia e a livello internazionale sappiamo poco della salute dei Baby Boomer rispetto alle altre generazioni.

Nel 2016, in Europa (UE-28) vivevano circa 510,3 milioni di persone, di queste ben quasi 98 milioni avevano 65 anni e oltre. Ben prima dell’ “Anno 0” in cui il Covid-19 ha stravolto le nostre vite, l’Europa era una nazione a “invecchiamento rapido” con un problema demografico urgente. Secondo Eurostat, il “vecchio continente” ha il processo di invecchiamento più rapido al mondo[1].

Secondo Eurostat (stime pre pandemia), le previsioni per il 2060 sulla dinamica demografica europea sono preoccupanti: per quell’anno circa metà della popolazione dei Paesi UE sarà ultracinquantenne e gli over 65 aumenteranno dall’attuale 18% (dati 2013) al 28% (Eurostat, 2015). Il rapporto di dipendenza degli anziani, che confronta il segmento di popolazione generalmente economicamente inattivo a causa dell’età avanzata (over 65) con il gruppo di persone in età lavorativa (15-64 anni), ha raggiunto il 28, 1% nel 2014 e il 29,3% nel 2016 (Figura 1).

Figure 1 – Indicatori demografici ISTAT 2019

La struttura demografica di una società influenza le scelte e i risultati in diversi settori: finanza pubblica, mercati del lavoro, alloggio, sanità e assistenza sociale. Di conseguenza, i policy makers si concentrano sulla comprensione della dinamica della popolazione, al fine di raccogliere tutte le informazioni necessarie per definire politiche complete. Nel contesto europeo, l’Italia presenta uno dei più alti tassi di dipendenza dalla vecchiaia (34,3% nel 2016), che sta determinando un onere particolarmente elevato per la popolazione in età lavorativa[2].

Anche il contributo dei cittadini stranieri alla natalità della popolazione residente si sta lentamente riducendo. Dal 2012 al 2017 diminuiscono, infatti, anche i nati con almeno un genitore straniero (oltre 8 mila in meno) che scendono sotto i 100 mila (il 21,7 per cento del totale). E d’altra parte, anche la popolazione straniera residente in Italia va progressivamente invecchiando. La popolazione ultra 64enne straniera è passata, in soli 10 anni, da circa 69 mila individui del 2008 (2,3 per cento) a oltre 208 mila (4,0 per cento).

Al 1 gennaio 2019 la stima dell’indice di vecchiaia era di 172,9 ultra 64enni per cento giovani al di sotto dei 15 anni (era 143,4 per cento solo undici anni prima). Negli ultimi anni, i ricercatori hanno iniziato a studiare l’impatto della transizione demografica sul contesto economico e sociale dividendo la popolazione in “coorti di nascita” o “generazioni”. Questi termini si riferiscono a gruppi di persone caratterizzate all’incirca dalla stessa età e che sono cresciuti nello stesso arco di tempo e hanno affrontato le stesse esperienze sociali chiave (vale a dire circostanze economiche,  eventi storici, valori culturali dominanti).

Questo perché eventi specifici hanno il potenziale di influenzare il modo in cui la maggior parte dei membri di ciascuna coorte considera il mondo e ricava un significato dalle proprie esperienze e può anche influenzare la vita quotidiana delle persone attraverso gli stili di vita, abitudini alimentari, consumo scelte e investimenti sanitari. Analizzare in dettaglio le tendenze delle variabili target è utile e viene utilizzato principalmente a scopi epidemiologici, ma ha anche applicazioni economiche.

Nel 2016 l’Ufficio statistico italiano (Istat) ha proposto la prima definizione di generazioni italiane: Generation 0 (1926-1945), Baby Boom 1 (1946-1955), Baby Boom 2 (1956-1965), Generation X (1966-1980), Millennials (1981-1995), iGeneration (1996-2015).

La Figura 1 mostra la piramide dell’età della popolazione italiana e straniera residente in Italia al 1 gennaio 2015, evidenziando le diverse coorti di nascita (linee orizzontali). I dati sono presentati in valori assoluti, raggruppando gli individui per sesso, età e cittadinanza. Come si può notare, i pesi relativi delle coorti di nascita sono sbilanciati nella parte più antica della popolazione: individui nati prima del 1926 (1,10%), Generazione 0 (14,79%), Baby Boom 1 (11,83%), Baby Boom 2 (14,25%) incarnano il 41,97% della popolazione totale. Le coorti più giovani rappresentano rispettivamente: Generazione X (23,12%), Millennials. (16,41%), iGeneration (18,50%).

Figure 2 – Piramide per età della popolazione italiana e straniera residente in Italia al 1 gennaio

La cosiddetta “Generazione 0” è cresciuta tra la prima e la seconda guerra mondiale, un periodo privilegiato economicamente e socialmente. La vita degli appartenenti a questa generazione era molto diversa da quella delle generazioni successive. La generazione di Baby Boomer rappresenta la più grande coorte di nascita di sempre. L’Istat li ha divisi in due sottogruppi: 1 decennio (Baby Boom 1) e 2 decennio (Baby Boom 2). Sono nati in anni di crescente ricchezza, con maggiori opportunità educative e occupazionali.

Inoltre, i servizi sanitari sono migliorati molto negli anni ’50 e ’60, consentendo l’immunizzazione universale dei bambini, un facile accesso agli antibiotici e migliori terapie chirurgiche. Gli individui appartenenti alla Baby Boom 2 entrano nel mercato del lavoro dopo che il picco di prosperità è passato, ottenendo di solito posizioni lavorative leggermente peggiori rispetto a quelle di Baby Boom 1. Nel contesto italiano, se gli individui appartenenti alla Baby Boom 1 hanno avuto un ruolo di primo piano nelle trasformazioni sociali e politiche degli anni ’70; coloro che fanno riferimento alla Baby Boom 2 erano principalmente orientati all’autorealizzazione.

La “Generation X” è la prima coorte di nascita che ha affrontato l’effetto delle transizioni demografiche: i loro membri di solito sono cresciuti in famiglie più piccole dove lavorano entrambi i genitori. Sono cresciuti in un periodo di alta disoccupazione e recessione economica, quindi hanno raggiunto in media un livello di ricchezza inferiore rispetto ai loro genitori, anche se hanno registrato migliori risultati scolastici. I “Millennial” sono quelli che sono cresciuti in un periodo di grandi trasformazioni dell’UE: hanno visto l’adozione dell’euro e le crescenti libertà negli scambi tra gli Stati membri.

Tuttavia, stanno pagando le conseguenze della crisi economica 2007-2009. Tendono a vivere più a lungo con la loro famiglia di origine rispetto alle generazioni precedenti, a causa di diversi fattori come l’aumento del numero degli anni dedicati all’istruzione, le difficoltà a trovare un lavoro e la mancanza di sicurezza economica dovuta a contratti temporanei.

La definizione “iGeneration” è legata alla grande diffusione delle tecnologie digitali e delle connessioni Internet sviluppate negli ultimi anni. Le persone più giovani tendono ad essere sempre collegate tra loro attraverso dispositivi tecnologici, che svolgono un ruolo cruciale nella loro vita quotidiana.

L’Istat osserva che gli individui appartenenti a questa generazione sono caratterizzati da un aumento significativo e costante di coloro che praticano sport, un fattore positivo per la loro salute presente e futura. Tuttavia, i dati mostrano anche la crescita del fenomeno dell’obesità infantile, che causa problemi psicologici nei giovani e malattie gravi man mano che invecchiano.

2. Stato di salute: generazioni a confronto.

Un recente lavoro di ricerca ha provato a confrontare lo stato di salute tra le generazioni italiane. In particolare, si è cercato di capire se lo stato di salute delle diverse coorti di nascita potesse essere influenzato dalle diverse condizioni socioeconomiche di vita. L’ipotesi di partenza: le generazioni più giovani, e più precisamente la Generazione X, presentano risultati di status di salute inferiori, a parità di età, a causa delle peggiori condizioni socioeconomiche e della minore ricchezza.

Al fine di esplorare le differenze di coorte nello stato di salute nel tempo, è stata utilizzata una dimensione di autovalutazione della salute (vale a dire la SAH)[3] e il numero di condizioni di salute. L’analisi empirica è condotta su uno pseudo-panel derivato da cross-section ripetute dell’indagine annuale sulla famiglia “Indagine Multiscopo sulle Famiglie, Aspetti della Vita Quotidiana”.

Il set di dati raccoglie informazioni dettagliate sullo stato di salute degli italiani, sulle malattie croniche, sull’uso del servizio sanitario e sui fattori di rischio per la salute. Inoltre, ci sono anche informazioni demografiche e relative alle caratteristiche socioeconomiche degli intervistati.

Ai fini dell’ analisi è stata utilizzata la prima definizione di coorti italiane proposta dall’Istat nel 2016, che identifica la “Generazione 0” (1926-1945), “Baby Boom 1” (1946 -1955), “Baby Boom 2” (1956-1965), “Generation X”(1966-1980), “Millennials (1981-1995)”, “iGeneration ” (1996-2015). L’analisi empirica ha puntato a identificare gli effetti dell’età, del periodo e della coorte mediante un modello Età-Periodo-Coorte (ovvero l’analisi APC)[4] e verificando l’esistenza di disuguaglianze intergenerazionali di salute tra le coorti.

L’analisi parte da un modello di regressione ridotto, che include solo le variabili età, periodo e coorte e procede con un modello completo, aggiungendo regressori sociodemografici e di controllo regionali. I risultati sono stati testati mediante due controlli di robustezza, sostituendo innanzitutto la variabile target SAH con il numero di condizioni di salute, quindi modificando le specifiche funzionali del termine “età”[5].

Si sono seguite le esperienze di quattro coorti di nascita:

  • la cosidetta Generazione 0 (1926-1945), protagonista del secondo dopoguerra,
  • la Generazione Baby Boomer 1 (1946-1955), protagonisti delle grandi battaglie sociali e trasformazioni culturali degli anni ’60/’70,
  • Baby Boomer 2(1956-1965), vissuti in un’epoca di maggiore benessere economico e di innovazioni tecnologiche,
  • la Generazione X (1966 – 1980), cresciuta tra vecchio e nuovo millennio, con più lauree e master dei propri genitori, ma i primi a subire le conseguenze della recessione.

La scelta è stata operata per evitare risultati distorti: la generazione più anziana presenta un’elevata eterogeneità interna e un numero decrescente di osservazioni durante l’anno di misurazione, mentre i Millennial e iGeneration sono sottorappresentati durante l’intero periodo di analisi e presentano anche caratteristiche specifiche (ad es. per gran parte del periodo di analisi non hanno completato la scuola o sono fuori dal mercato del lavoro a causa della loro età).

Ci si è, quindi, trovati di fronte al dover valutare da un lato la necessità di disporre di quanti più dati possibile e, dall’altro, quella di disporre di un numero sufficientemente elevato di osservazioni per ridurre il potenziale di errore nella stima della media delle coorti.

La scelta di coorti fatta implica, di fatto, uno pseudo panel costruito su genere, quattro coorti di nascita e due livelli di istruzione (i.e. coloro che si sono fermati al livello della scuola dell’obbligo e coloro che hanno proseguito gli studi) in 19 regioni nell’arco temporale di 15 anni.

Il valore limite usato per il livello di istruzione potrebbe apparire, in prima battuta, grossolano anche per la perdita di una quota significativa di informazioni, tuttavia questo tipo di costruzione del panel permette di considerare l’istruzione come una caratteristica “tempo-invariante”, perché tutti gli individui inclusi nel campione hanno quanto meno completato la scuola dell’obbligo.

La dicotomizzazione del livello di istruzione, a sua volta, permette di testare l’indicatore di salute fra gruppi con livelli di istruzione differenti con coorti più ampie e, conseguentemente,  consente di conseguire risultati più affidabili. Nel suddividere il campione, non è stato inoltre considerato l’educazione terziaria come limite, poiché nelle generazioni più anziane, in particolare la Generazione 0, la percentuale di individui con istruzione terziaria era troppo bassa, specialmente tra le donne (3,2%).

Inoltre, anche se le generazioni più giovani hanno sperimentato un aumento generalizzato del loro livello di istruzione, il tasso di istruzione terziaria in Italia rimane uno dei più bassi dell’UE (Checchi, 2010). Nel 2017, il tasso di conseguimento di un titolo di studio di terzo livello per le persone di età compresa tra i trenta e i trentaquattro anni era del 26,9 percento, più di tredici punti percentuali al di sotto della media europea del 39,9 percento (ISTAT, 2018).

L’analisi utilizza quindici anni di cross-section ripetute: dal 1997 al 2012 e un indice, che rappresenta la salute e che tiene conto di tre dimensioni:

  • la salute percepita;
  • numero di condizioni croniche;
  • indicatore di stile di vita: fumatore o no.
3. La Generazione X non se la passa granché.

Come intuitivamente si può percepire, l’età influisce negativamente sullo stato di salute degli individui, determinando un tasso di deterioramento che aumenta all’aumentare dell’età. La salute degli individui rimane su uno standard stabile fino ai 40 anni, poi peggiora rapidamente. Inoltre, risultato forse meno ovvio rispetto alla percezione comune, il sesso più svantaggiato è quello femminile, e questo, a prescindere dalla speranza di vita. Altro dato interessante è l’assottigliamento del divario nelle condizioni di salute fra i due sessi, passando progressivamente dalla Generazione 0 a alla Generazione X.

Dato, quest’ultimo che può essere spiegato con maggiore livello di istruzione, accesso al mercato del lavoro in posizioni migliori, indipendenza economica e migliori retribuzioni. In effetti, la popolazione femminile italiana è passata dal 12% per i livelli di istruzione pari o superiori al diploma di scuola superiore nella “Generazione 0” al 67% delle donne facenti parte della “Generazione X”.

Figure 3 – Indice di Salute in base all’età.

L’analisi prosegue, inserendo controlli per età e regione di residenza. Dalle Tabelle 1 e 2 in basso, si può notare come la Generazione dei “Baby Boomer2” si avvii verso la vecchiaia in condizioni di salute tutto sommato migliori rispetto sia alle generazioni precedenti (i.e. “Generazione 0; Baby Boom 1”), ma anche rispetto alla “Generazione X”, che, in particolar modo per quel che concerne la componente femminile, sembra essere quella più svantaggiata.

Curioso poi che le stesse condizioni (e.g. aumento benessere economico, migliori livelli di istruzione, progressi in medicina, etc.) che hanno aiutato i “Baby Boomer 2” a invecchiare meglio, parrebbero non avere effetto sui figli di questa generazione e, sic stantibus rebus, le donne sembrerebbero avere la peggio. Un possibile elemento di attenzione potrebbe essere legato al tabagismo.

Alcuni studi di economia sanitaria mostrano che per quel che concerne la generazione “Baby Boomer 2”, gli uomini con livelli di istruzione più elevati sembrano essere stati maggiormente sensibili alle politiche anti tabagismo messe in campo dal nostro Paese negli anni ’70 e ’80, mentre la componente maschile con un livello di istruzione più basso non risulta discostarsi di molto dalle abitudini relative al tabagismo rispetto alle coorti più vecchie.

Di contrasto, sempre nello stesso periodo, le donne con un più basso livello di istruzione risultano essere meno sensibili ai danni causati dal tabagismo e mostrano quindi tassi di uso del tabacco più alti. Lo stesso trend di questa generazione si conferma anche per la “Generazione X”, nella quale, nonostante la consapevolezza generale dei danni causati dal fumo e dalla correlazione positiva fra questa abitudine e i tassi di malattie cancerogene, le donne con livelli di istruzione più bassi presentano tassi di tabagismo elevati. In questo senso, questa componente della “Generazione X” dimostra di essere in contro tendenza rispetto alla riduzione ampia e veloce nelle abitudini al fumo di questa specifica coorte.

4. Ma le disuguaglianze generazionali esistevano prima del Covid-19.

I “Baby Boomer” sono la generazione più numerosa nel nostro Paese (e in genere anche a livello internazionale), ma nonostante l’evidenza demografica, ben prima che la pandemia da Covid – 19 colpisse così duramente l’intero pianeta, non sapevamo se e come il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) potesse riuscire a soddisfare i bisogni crescenti di questa generazione che si avvia alla vecchiaia.

Questa generazione di individui ha avuto la fortuna di crescere in un periodo di prosperità economica, di aumento del benessere ed è stata la prima in assoluto ad avere accesso al SSN. Infatti, il SSN è nato con la legge n. 833 del 23 dicembre 1978, che soppresse il vecchio sistema mutualistico ed istituì il “Servizio sanitario nazionale”, con decorrenza dal 1° luglio 1980. Attraverso il SSN viene data attuazione all’art. 32 della Costituzione italiana che sancisce il “diritto alla salute” di tutti gli individui.

Si pone dunque come un sistema pubblico di carattere universalistico, tipico di uno stato sociale, che garantisce l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini, finanziato dallo Stato attraverso la fiscalità generale e le entrate dirette, percepite dalle aziende sanitarie locali.

Questa riforma epocale avvenne quando i “Baby Boomer” erano per lo più adolescenti. Questa generazione, quindi, è stata nei fatti la prima in assoluto a godere del principio costituzionale del “diritto alla salute”, principio che, già a partire dagli anni ’80, da bene universale e gratuito (e quindi diritto per l’autonomia) muta progressivamente in quello di bene necessario per l’equità (una concessione), come un fatto di equità verso i poveri, piuttosto che come un bene per tutti quelli che sono presenti nella società.

Tuttavia, almeno per i “Baby Boomer 1”, alcune abitudini di vita, in particolar modo l’abitudine al fumo, destano preoccupazione sulle condizioni di salute generali che caratterizzeranno la loro vecchiaia. I risultati suggeriscono che la generazione dei Baby Boomer 2 potrebbe invecchiare in condizioni di salute migliori non solo rispetto alle generazioni precedenti, ma anche a quella successiva.

In particolar modo, è plausibile che le condizioni macroeconomiche che la “Generazione X” si è trovata ad affrontare (e.g. accesso al mercato del lavoro, tipologia di lavoro, luogo di residenza etc) possano aver influito sulle condizioni di salute di questi individui.

Il quadro che emerge dall’ analisi in questione è ben rappresentato dalla piramide demografica dell’ISTAT (si veda la Figura 2): la generazione dei “Baby Boomer” si avvia, numerosa qual è, verso i “ruggenti anni d’argento” con un peso notevole sul SSN sia in termini di numerosità di individui, sia per quel che concerne le condizioni di salute generali. Le generazioni più giovani e, in particolar modo, i figli dei “Baby Boomer”  rischiano di restare imprigionati fra condizioni socio economiche di partenza che non li hanno certo favoriti e il peso crescente dei bisogni assistenziali dei propri genitori.

Probabilmente, occorrerebbe iniziare a preoccuparsi di politiche assistenziali che affrontino questo squilibrio demografico. In particolare, l’attenzione dovrebbe essere focalizzata nel bilanciare le esigenze presenti e future delle generazioni successive a quella dei “Baby Boomer”, affrontando la questione della fiscalità e della sicurezza sociale in una prospettiva a lungo termine.

Riferimenti

[1] Eurostat. ”People in EU: who are we and how do we live?”. Eurostat Statistical Books. 2015.

[2] European Commission. Green Paper ”Confronting demographic change: a new solidarity between the generations”. Communication from the Commission. 2015

[3] ISTAT. ”Rapporto Annuale 2016 -La Situazione del Paese”. Istituto Nazionale di Statistica. 2016.

[4] ISTAT. ”Rapporto Annuale 2019 -La Situazione del Paese”. Istituto Nazionale di Statistica. 2019.

[5] Boston College, Center on Aging and Work. http://www.bc.edu/research/agingandwork/projects/generations.html. http://www. bc.edu. [Online] 2014.

[6] C. La Vecchia, E.Negri, F.Levi, A.Decarli, P.Boyle. ”Cancer mortality in Europe: effects of age, cohort of birth and period of death”. European Journal of Cancer. 1998, Vol. 34, pp. 118-141.

[7] C. Propper, H. Rees, K. Green. ”The demand for private medical insurance in the UK: a cohort analysis”. The Economic Journal. 2001, Vol. 111, pp. 180-200.

[8] Badley E.M., Canizares M., Perruccio A.V., Hogg-Johnson S., Gignac M.A. (2015). ”Benefits gained, benefits lost: comparing baby boomers to other generations in a longitudinal cohort study of self-rated health” Milbank Q. 93: 40-72.

[9] A. Deaton, C. Paxson. ”Mortality, education, income and inequality among American cohorts”. NBER working paper (National Bureau of Economic Researc). 1999.

[10] D. Blane, G. Netuveli, J. Stone. ”The development of life course epidemiology”. RESP-Epidemiology and Public Health. 2007, Vol. 55, pp. 31-38.

[11] Taurino Serena Fiona, “La dinamica della salute in Italia: un confronto generazionale.”, Rivista Elettronica di Economia, Diritto e Management, Anno X, n. 3/2020 (Supplemento del n. 2/2020) ISSN 2039-4926


[1] I dati presentati sono stati presi dal Censimento UE 2011 insieme a specifiche fonti di indagine riguardanti la demografia e le statistiche sulla migrazione: statistiche dell’UE sul reddito e le  condizioni di vita (EU-SILC), statistiche del mercato del lavoro (LFS), statistiche sulla salute, statistiche sulla società dell’informazione.

[2] I dati che si presentano fanno riferimento a Rapporti demografici Istat del 2019 per due ordini di motivi: a. il lavoro qui sintetizzato è antecedente allo scoppio della Pandemia; b. la dinamica demografica post Covid – 19 andrà analizzata quando il sistema sarà rientrato in una situazione di relativa normalità.

[3] i.e. self-assessed health.

[4] i.e. la “Age-Period-Cohort analysis” è molto usata per la comprensione degli elementi variabili nel

tempo in epidemiologia. In particolare, l’analisi APC rileva tre tipi di fenomeni variabili nel tempo:

effetti sull’età, effetti sul periodo ed effetti di coorte.

[5] Il termine di età è incluso nella forma lineare o nella forma quadratica.

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