La rigenerazione del capitale territoriale nel prisma della sindemia
sindemia

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Uno dei contributi più importanti che ci ha consegnato la più recente antropologia medica è stato sicuramente l’esplorazione di concezioni alternative degli eventi di malattia nel contesto socioculturale.

Di Luigi Cameriero

Da questo specifico angolo di indagine, come noto, nella biomedicina, ha sempre avuto un ruolo preminente la nosologia per la sua specifica tendenza a dominare la concezione della malattia nella sfera pubblica secondo modalità strettamente classificatorie e oggettive.

            In altre parole, la normale pratica in biomedicina, sia nelle sue specificità diagnostiche, sia in quelle di ricerca o di trattamento, è sempre stata prevalentemente guidata dalla concettualizzazione delle malattie come entità distinte, discrete e disgiuntive che esistono a prescindere da altre malattie e, soprattutto, per ciò che qui interessa, dai gruppi sociali e dai contesti urbani in cui si trovano ad allignare e progredire.

Negli ultimi anni, si sono, tuttavia, sviluppate opzioni interpretative alternative.

            In particolare, tali diverse prospettive sul concetto di malattia sono state favorite dal fortunato approccio biomedico cosiddetto critico, di stampo bioculturale, noto per aver identificato e compreso le interconnessioni esistenti tra il malato e le condizioni ambientali suscettibili di contribuire allo sviluppo dei suoi problemi di salute.

Per aiutare ad inquadrare questo tipo di pensiero dialettico gli antropologi medici hanno più recentemente introdotto il concetto di sindemia come inedito termine in epidemiologia e persino vero e proprio nuovo pensiero sulla salute pubblica.

            Nel 1990, per l’esattezza, sarà proprio un antropologo medico americano, Merrill Singer, a concepire il concetto di sindemia, un concetto/parola con un timbro icastico così iridescente e lungimirante tanto da approdare, circa venti anni dopo, sulla prestigiosa rivista The Lancet al fine di evidenziare, sostenere, e riattualizzare, l’ineludibile liason bioculturale tra contesto sociale e politica sanitaria, e la conseguente utilità dell’approccio sindemico alla malattia.  

            L’intuizione è ricca di suggestione e andrebbe posta all’ordine del giorno di tutte le agende politiche mondiali soprattutto al fine di intramare, quanto prima, in un unico green warp, la frontiera dell’urbanistica tattica, dello smart welfare e della sanità intelligente quali congiunti prerequisiti special preventivi per il contrasto delle malattie a carica pandemica.

            Il vantaggio, infatti, di analizzare il Covid19 come una sindemia piuttosto che come una pur grave pandemia è, ad esempio, senza dubbio, quello di spostare il vertice ottico verso le sue irrevocabili origini sociali rintracciabili nelle svariate problematiche connesse con le città multietniche e demograficamente attempate, i lavori precari, insicuri e malpagati, e tutti quei contesti abitativi emarginati e troppo spesso malmessi dal punto di vista ambientale.

            Un concetto, dunque, che meglio di altri riesce a cogliere l’intreccio esistente tra la diffusione di malattie virali, l’ambiente sociale, e le disparità di trattamento ivi enucleabili.

            La ricerca scientifica più seria ci consegna, a tal proposito, un follow up alquanto significativo da cui è possibile dedurre, senza preconcetti di sorta, che il Covid19 potrebbe essere, a questo punto, più che altro una sindrome, che non una pandemia in senso proprio, atteso che all’interno di ciascuna popolazione specifica interagiscono, da molto tempo, almeno due categorie di malattie da cui il Covid19 ha preso l’abbrivio: i) l’infezione con la sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (SARS-CoV-2); ii) una serie di malattie non trasmissibili (NCD).

            Parrebbe, oramai, acclarato, quindi, che queste condizioni, che si raggruppano all’interno dei vari contesti sociali secondo pattern di disuguaglianza radicati nelle nostre società, sono suscettibili di esacerbare gli effetti negativi di ciascuna malattia.

Sicché, se questo è vero, come è vero, non si potrà non convenire sulla necessità di abbandonare prima possibile l’approccio esclusivamente infettivologico al problema che ci assilla in vista di un framework più spiccatamente olistico e multidisciplinare che sappia tenere insieme anche quella scienza, a largo spettro intesa, che non osa trascurare la necessità di mettere a sistema task forces in grado di elaborare modelli di azione protesi non solo a debellare il nucleo patogeno corrente quanto preferibilmente le cause prime nelle quali questi deleteri elementi possono sicuramente trovare terreno fertile.

            Il più breve sentiero che stiamo percorrendo dovrà, pertanto, essere al più presto sottoposto ad un improcrastinabile refrain, e tramutarsi in un itinerario, di più lungo raggio, che sappia metter mano, in radice, alla disuguaglianza socioeconomica presente nelle nostre città, e ai rischi delle malattie non trasmissibili che, principiando dai più puntuali ed elaborati cluster biomedici, e non bastano parole per dirlo, sono molto spesso strettamente connesse a taluni distress ecologico-urbanistici, a specifiche disparità di trattamento sociale ampiamente diffuse in contesti disadattivi e vulnerabili, e ai comportamenti psicofisici e alimentari disfunzionali presenti anche nei ceti sociali più abbienti che il Covid19, da germe non opportunista, evidentemente non risparmia.

            Se non faremo in fretta ad inserire nell’agenda politica questo diverso e multitasking approach la lotta al Covid19, con o senza vaccino, verosimilmente fallirà; o, quasi certamente, ci imporrà solo di subire il su e giù nauseante delle curve di contagio, anziché rallegrarci con un più strutturale plateau statistico che ci rassicuri sull’intervenuto e costante cambio di rotta.

            Ci sta pericolosamente sfuggendo di mano, detto in altri termini, che la cura del Covid19 passa per una più profonda e autentica cultura del benessere che, oggi più che mai, non potrà progredire se non attraverso una compiuta rigenerazione del capitale territoriale, una più diffusa ed equa cultura del lavoro, e da ultimo ma non per ultimo a mezzo di una più pervicace campagna di sensibilizzazione ecologica e alimentare dietro il disinteresse della quale si annidano, a piè sospinto, le spire mortifere di insidiosissime malattie non trasmissibili, quali obesità, ipertensione, cardiopatie e bronchiti croniche, per non dire poi del cancro più di tutte connesso all’antropocene.

            Si pensi, tanto per rimanere in tema, che l’adozione di paradigmi multidisciplinari, anziché esclusivamente epidemiologici, potrebbero persino evitare la morte, nel prossimo decennio, di circa 5 milioni tra le persone più povere del mondo, senza contare la prognosi, senz’altro favorevole, che ne potrebbe derivare anche per il contenimento dell’esito maligno del Covid19.

            E si valuti, per di più, e l’osservazione è ancor più importante, che tale conclusione è condivisa praticamente da tutti, persino da chi tende a non enfatizzare più di tanto la fondatezza dell’intuizione sindemica, asserendo, per esempio, che siamo di fronte ad una pandemia tout court, nel senso che il virus agisce come un vero e proprio trigger immunoinfiammatorio anche se paradosso.

Difatti, pure per costoro, la sconfitta del virus passerebbe, in ultima analisi, dalla eliminazione di tutti quei cofattori maligni suscettibili di pregiudicare le funzionalità endoteliali che quasi sempre, però, e come noto, hanno le loro radici non di certo nella malattia in sé considerata, ma nei più diffusi insulti ambientali.

            Se si vogliono scongiurare le innumerevoli seduzioni per il biopotere fine a sé stesso, sempre in agguato in questi tempi di centralizzazione virologica, si dovrà allora convenire che la politica sanitaria, quale fondamentale asset della geopolitica contemporanea e futura, dovrà, giocoforza, essere il precipitato di una azione condivisa che veda in prima linea figure imprescindibili per la riconfigurazione di polis più sane, e al tempo stesso più tattiche.

            Lapidariamente, ciò vale a dire: riconcettualizzare ecosistemi sociali smartness capaci di garantire prevenzione sanitaria senza rinunciare alle indispensabili relazioni sociali.

            Per realizzare tutto questo, occorrerà, tuttavia, intendersi sul fatto che talune forme di malattia a carica virale, derivanti anche dalla iperconnessione osmotica degli spazi geografici, non sono una variabile indipendente dal contesto socioeconomico e urbano da cui originano, ma, al contrario, una variabile strettamente da questo dipendente, per cui un approccio sindemico può effettivamente facilitare questa importante consapevolezza.

Così come può senz’altro sostenere la promozione di una più fervida concertazione inferenziale che lungi dal prediligere la versione monocratica del virologo onnisciente, incoraggi invece una collegialità di esperienze e competenze tesa a far dialogare pure altre professionalità, a partire dai giuristi costituzionalisti e amministrativisti, meglio se comparatisti, dagli architetti urbanisti e dagli economisti, meglio se manager, dai filosofi politici, dai sociologi e dagli psicanalisti; nonché, certamente, primi inter pares, dai medici e dai ricercatori specializzati nella prevenzione e nella cura delle non communicable diseases.

            In questa prospettiva, allora, appare evidente che un ruolo strategico lo assumerà quella legislazione da sempre attesa e mai realizzata, che saprà regolamentare e (ri)programmare non tanto un governo del territorio, ma un governo per il territorio utile a riconfigurare e uniformare la filiera urbanistica nazionale in modo da offrire, su larga scala, paesaggi non solo più belli e amichevoli, quanto più salubri e sicuri.

Senza ragionevolemente trascurare, inutile dirlo, la urgente necessità di implementare in questa sperata e nuova città futura una programmazione ospedaliera che, sotto l’impeto di una improrogabile deburocratizzazione sanitaria, sappia riportare al centro della comunità il medico-persona nella sua originaria klinikḗ, vale a dire nella sua primigenia postura clinica relativa all’arte di chi, meglio di chiunque, sa chinarsi approssimandosi a chi giace a letto.

            Soltanto nel solco di questa rifondazione nomotetica riusciremo forse a porre le basi per una beneaugurata agenda di coesione politica e sociale che serva da prodromico deterrente allo sviluppo di malattie non trasmissibili e all’esito, spesso esiziale, di parossistiche pandemie come il Covid19.

            Sappiamo che non è solo sufficiente sognare, ma occorre anche saper sognare nella consapevolezza che la politica è, malgrado tutti, un arrischiato spazio di lotta di idee, e soprattutto di interessi, e, dunque, un ineludibile terreno dove al ghigno dei vincitori farà sempre da controcanto il pianto dei vinti.

Consci di questo sano realismo, non dimentichiamoci, tuttavia, oggi più che mai, di articolare l’esistente anche con un po’ di lucida poesia, cominciando da quel verso tagliente ed esortativo di Paul Eluard il quale avverte che «Non verremo alla meta ad uno ad uno. Ma a due a due. (…)»

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