“BES”: il progetto che misura il benessere equo e sostenibile
BES

Indice

Fonte: MEF

Il BES è un progetto nato nel 2010, precisamente 10 anni fa, con l’obiettivo di misurare il Benessere Equo e Sostenibile, monitorando il progresso della società dal punto di vista sociale e ambientale. Nato per opera dell’Istat e del CNEL, in data 10 marzo ’21, i rispettivi Presidenti hanno condotto un Webinar per celebrare i 10 anni di misurazione del BES, analizzandone l’evoluzione e le profonde trasformazioni in atto, incluse quelle derivanti dall’attuale pandemia da Covid-19.

Di Andrea Casadei

L’Istat presenta il BES annualmente, attraverso il quale fornisce un’analisi degli sviluppi relativi al benessere equo e sostenibile del Paese e allo stesso tempo ne individua le aree di crisi, in modo da riuscire a superare le difficoltà presenti e migliorare la qualità della vita dei cittadini.

L’analisi viene effettuata attraverso 12 domini[1] rilevanti per la misura del benessere, e i rispettivi indicatori, proprio per rendere il Paese più consapevole dei propri punti di forza e di debolezza e per porli alla base delle scelte individuali e di politica pubblica.

Infatti, è grazie alla Legge 163/2016[2], la quale si è occupata di riformare la legge di bilancio, che il BES si è inserito nel processo di definizione delle politiche economiche.

L’obiettivo è stato quello di integrare una selezione dei suoi indicatori del benessere equo e sostenibile come allegato[3] al Documento di Economia e Finanza – “DEF”. I domini e gli indicatori vengono selezionati da una apposita Commissione, costituita dai rappresentati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, dall’Istat e dalla Banca d’Italia, e riguardano:

  1. Salute
  2. Istruzione e formazione
  3. Lavoro e conciliazione tempi di vita
  4. Benessere economico
  5. Relazioni sociali
  6. Politica e istituzioni
  7. Sicurezza
  8. Benessere soggettivo
  9. Paesaggio e patrimonio culturale
  10. Ambiente
  11. Innovazione, ricerca e creatività
  12. Qualità dei servizi

Inoltre, sempre a partire dal 2016, l’Istat ha deciso di affiancare agli indicatori di benessere equo e sostenibile dei nuovi KPI per il monitoraggio degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), dell’Agenda 2030. Le due iniziative, hanno in comune la funzione di offrire informazioni di qualità per la misurazione del benessere e dello sviluppo sostenibile.

Giunto all’ottava edizione, l’ultimo Rapporto BES pubblicato e allegato al DEF 2020, presenta le trasformazioni che si sono susseguite negli ultimi 10 anni e soprattutto quelle verificatesi per opera della pandemia da Covid-19.

Per di più, sono stati inseriti 33 nuovi indicatori con lo scopo di arricchire otto dei dodici domini del BES, in coerenza con le linee fondamentali del programma Next Generation EU[4] (aspetti sanitari, digitalizzazione, cambiamento climatico e capitale umano).

In riferimento alla Salute, dall’analisi è risultato che la pandemia è riuscita ad annullare in un solo anno, completamente al Nord e solo parzialmente nelle altre aree del Paese, i risultati maturati e compiuti negli ultimi 10 anni.

La speranza di vita alla nascita ha subito un forte calo, registrato soprattutto in Lombardia, dove la mortalità registrata nel corso dell’anno provocherebbe una perdita di 2,4 anni circa (da 83,7 a 81,2). Inoltre, l’età media dei medici presenti in Italia è tra le più elevate in Europa e tra i Paesi OCSE.

La pandemia e le conseguenti restrizioni hanno inciso sugli stili di vita della popolazione. Nel 2020 si è registrato un livello di sedentarietà pari al 33,8%, rappresentato per lo più da donne e da persone adulte, in miglioramento rispetto al 35,5% registrato nel 2019.

Proprio a partire da aprile 2020 è emerso che durante il primo lockdown, la popolazione a partire dai 18 anni in su, ha svolto attività fisica in un giorno medio, nei propri spazi abitativi. D’altra parte però, con l’introduzione dello smartworking e della didattica a distanza, il tempo trascorso a casa in attività sedentarie è aumentato e ha portato ad un incremento della quota di persone in eccesso di peso pari al 45,5%[5].

Per quanto concerne l’Istruzione, il divario con l’Europa continua ad aumentare. In Italia, la quota di giovani tra i 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario o terziario è del 27,9%, costituita principalmente da donne, rispetto al 42,1% della media europea[6]; il dato più preoccupante riguarda i NEET, ossia chi non studia e non lavora tra i giovani di 15-29 anni, poiché la quota di questi soggetti continua a crescere e a rimanere alta, fino ad interessare il 23,9% dei giovani nel secondo trimestre del 2020 (nel 2019 era pari al 21,2%).

Ovviamente l’aumento di questa percentuale è dovuto alla pandemia da Covid-19, la quale ha interrotto bruscamente qualsiasi possibilità di ricerca di lavoro. 

In termini di Occupazione, nei primi mesi del 2020 essa ha subito un primo calo a partire dal mese di marzo (-143 mila unità rispetto a febbraio), per raggiungere il livello minimo a giugno (-541 mila). La pandemia, seppur causando molti aspetti negativi, ha però aperto nuove opportunità con l’introduzione del lavoro da casa: in epoca pre-Covid, in Italia lo smartworking era quasi inesistente.

Grazie a questa nuova possibilità, la quota di donne occupate che lavorano da casa è salita al 23,6% e la quota maggiore di occupati in smartworking è stata registrata nel Centro Italia (21,9%), seguito dal Nord (20,4%) e dal Mezzogiorno (15%)[7]; inoltre, il tasso degli infortuni sul lavoro risulta essere in lento e progressivo calo negli anni, dovuto a una progressiva trasformazione del sistema produttivo verso lavori meno rischiosi e di una maggiore attenzione alla normativa sulla sicurezza dei lavoratori.

Altro aspetto importante da menzionare riguarda il dominio Ambiente[8]: da un’indagine Istat è risultato come gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’aumento dell’effetto serra rappresentino i problemi ambientali che più preoccupano la popolazione.

Dal 2015 è cresciuto in modo costante il numero di persone che esprimono tale preoccupazione, tanto che negli ultimi due anni hanno superato il 70% (nelle regioni del Nord e del Centro è una preoccupazione più sentita rispetto che nel Mezzogiorno – ad eccezione del Molise).

La differenza di preoccupazione per i cambiamenti climatici e per l’effetto serra è dovuta anche al livello di istruzione. Infatti, tra coloro che hanno un titolo di studio medio-alto è più elevata. Oltretutto, aumenta anche la preoccupazione della perdita della biodiversità, in maggior modo tra i giovani i quali sono più sensibili alle tematiche riguardanti la salvaguardia dell’ambiente.

È stata poi registrata una diminuzione nella produzione dei rifiuti urbani e dello smaltimento in discarica dei rifiuti non più valorizzabili, risultato di politiche e azioni tese al miglioramento della qualità ambientale e alla riduzione del consumo delle risorse naturali.

Questi sono solo alcuni dei dati registrati dal Rapporto BES, tra aspetti negativi e positivi, utili per conoscere ciò che sta accadendo e per valutare gli interventi che possono e potranno essere realizzati. Gian Carlo Blangiardo, Presidente Istat, ha infatti evidenziato come il BES sia un valido strumento che consente il monitoraggio delle azioni e di prendere atto del rilievo che assume la statistica e la statistica ufficiale nello specifico.

Quest’ultima offre un quadro di riferimento dal quale si possono meglio valutare le decisioni future, per poter capire come evolvere la situazione e contrastare le difficoltà.


[1] https://www.istat.it/it/files//2018/04/12-domini-commissione-scientifica.pdf

[2] Legge del 4 agosto 2016, n. 163 – “Modifiche alla legge 31 dicembre 2009, n. 196, concernenti il contenuto della legge di bilancio, in attuazione dell’articolo 15 della legge 24 dicembre 2012, n. 243”.

[3] Viene riportata un’analisi dell’andamento recente e una valutazione dell’impatto delle politiche proposte.

[4] https://www.mef.gov.it/focus/Next-Generation-Italia-il-Piano-per-disegnare-il-futuro-del-Paese/

[5] https://www.istat.it/it/files//2021/03/1.pdf

[6] L’Italia è penultima in graduatoria, prima della Romania (25,2%), e a distanza di 14 punti dall’Europa. https://www.istat.it/it/files//2021/03/2.pdf

[7] Queste percentuali, seppur positive, contrassegnano un ulteriore allontanamento dell’Italia dall’Europa poiché quest’ultima registrava le stesse percentuali di “lavoratori a distanza” già prima della pandemia.

[8] https://www.istat.it/it/files//2021/03/10.pdf

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