Definizione estesa di Resilienza
Resilienza

Indice

Il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è il documento che il governo italiano ha predisposto per illustrare alla commissione UE come il nostro paese intende investire i fondi che arriveranno nell’ambito del programma Next generation Eu. Ma quale è il significato di questo termine riportato in voga dal PNRR?

Di Renato Loiero

Introduzione

Il Piano Nazionale di ripresa e Resilienza sottolinea come, per quanto riguarda salute e resilienza economica, sociale e istituzionale, gli Stati membri devono rafforzare la propria capacità di risposta a shock economici, sociali e ambientali e a cambiamenti strutturali in modo equo, sostenibile e inclusivo. La pandemia ha evidenziato la vulnerabilità dei sistemi sanitari di fronte a tassi di contagio elevati e altre debolezze strutturali. La crisi economica ha ridotto la capacità degli Stati membri di crescere e ha esacerbato gli squilibri e le disparità territoriali e individuali. Si deve pertanto puntare a rafforzare le catene di approvvigionamento e le infrastrutture industriali e sanitarie. È infine necessario salvaguardare le catene del valore e le infrastrutture critiche, nonché garantire l’accesso alle materie prime e alle infrastrutture tecnologiche di importanza strategica e proteggere i sistemi di comunicazione.

La resilienza è, tecnicamente, la capacità di un materiale di resistere a un urto assorbendone l’energia attraverso una deformazione elastica, per poi restituirla e tornare alla conformazione originale[1]. Si tratta cioè di una proprietà meccanica che consente al materiale di non rompersi in caso di impatti e di rispondere a sollecitazioni e pressioni mantenendo le caratteristiche originarie. Se si vuole tornare a essere incisivi, vale la pena recuperare l’applicazione della parola resilienza all’ecologia, con la quale si intende la capacità di un sistema, composto da individui, territorio e organizzazioni, di resistere a un certo tipo di shock senza mutare il proprio stato e la propria struttura. Prendendo come spunto la teoria evolutiva, si può estendere l’idea di resilienza alla possibilità di un sistema di riorganizzare la propria struttura spontaneamente a seguito di un trauma, in ambito economico, istituzionale e sociale. Questa caratteristica permette al sistema di trovare nuovi scenari di crescita, che tendono verso la possibilità di portare il sistema in avanti e non alla situazione precedente allo shock. In questo modo l’economia circolare diventa resiliente, perché fornisce strumenti, regole e strategie a un modo di vivere, che è insostenibile, affinché il mondo in cui viviamo possa diventare sostenibile.

Rassegna sulla letteratura

Nonostante il crescente interesse, la teoria economica non ha ancora trovato una definizione condivisa di resilienza; non sono stati individuati i fattori determinanti, un criterio di misurazione, né è stato approfondito il rapporto tra shock e sentiero di crescita nel lungo periodo. Infine, non sono state individuate politiche in grado di creare una regione resiliente[2].

La letteratura fornisce tre diverse definizioni di resilienza economica. La prima, di tipo ingegneristico (Holling, 1973; Pimm 1984; Walker et al., 2006), definita come l’abilità di un sistema di ritornare al suo stato di equilibrio iniziale a seguito di uno shock o di un disturbo. La resilienza è la capacità del sistema di resistere agli shock, e la velocità nel tornare nella posizione di equilibrio a seguito dello stesso. Il sistema si trova in una situazione di equilibrio stabile ed ha in sé le capacità di auto-equilibrarsi.  Questa ipotesi trova riscontro nei così detti plucking model (Friedman, 1993), secondo cui gli shock sono tendenzialmente transitori e non influenzano la crescita nel lungo periodo. L’attenzione è posta sul concetto di equilibrio, mentre non vengono presi in esame gli impatti che lo shock può avere sul sistema economico nel suo complesso; esso può ritornare nella situazione di equilibrio pre-shock anche a seguito di una ristrutturazione del suo sistema economico e sociale. La seconda definizione, commutata dall’ecologia, considera la resilienza come la capacità di un sistema di sostenere un certo livello di disturbo senza cambiare il proprio stato e la propria struttura. La resilienza è misurata dall’ampiezza dello shock che il sistema è in grado di tollerare ed assorbire prima di cambiare equilibrio. L’attenzione continua ad essere posta sul sistema nel suo complesso (composto da individui, organizzazioni e territorio) ma, a partire dagli studi riconducibili a questo approccio (Holling 1973, 1996, 2001; McGlade et al., 2006; Walker et al., 2006), viene introdotto il concetto di equilibrio multiplo, e considerata la possibilità che il sistema possa evolvere in stati differenti a quelli precedenti il disturbo. L’attenzione non è posta sull’evento perturbante, ma sulle relazioni tra sistema (valutato nella sua complessità) e l’evento perturbante; relazioni che possono essere descritte attraverso l’analisi delle variabili di stato e delle variabili di controllo. Una evoluzione del concetto di resilienza ecologica è rappresentata dall’approccio socio-ecologico: a partire dallo studio della relazione sistema – ambiente si analizzano i meccanismi di autopoiesi[3] e le capacità adattive del sistema attivate dall’incertezza che l’evento perturbante introduce. Una terza definizione di resilienza poi è quella di tipo adattivo, che trova le sue origini nella teoria dei sistemi complessi e adattivi, ed è collocabile nell’ambito della teoria evolutiva. Il sistema contiene in sé le capacità adattive che gli consentono di riorganizzare spontaneamente, a seguito di uno shock, la sua struttura (Martin e Sunley, 2007) sotto il profilo economico, istituzionale e sociale, e di trovare nuovi sentieri di crescita. La resilienza adattiva è pertanto un processo di tipo dinamico definita in termini di possibilità di rimbalzare in avanti (bounce forward), anziché in termini di ritorno ad una situazione precedente (Martin e Sunley, 2013).

La risposta di un territorio a seguito di uno shock non dipende soltanto dalla resilienza di tipo economico, ma anche dalla capacità di reazione degli individui e della collettività. La letteratura economica ha definito la resilienza sociale come l’abilità di una comunità di resistere agli shock esterni utilizzando infrastrutture di tipo sociale, ossia la capacità degli individui, delle organizzazioni e delle comunità di adattarsi, tollerare, assorbire, far fronte e aggiustarsi rispetto al cambiamento e a minacce di vario tipo (Adger, 2000).

La resilienza individuale è la capacità di un individuo di reagire in situazioni e circostanze avverse (Williams e Druy, 2009). La resilienza sociale non è la somma delle singole resilienze individuali. Norris (2008) definisce una comunità resiliente come una comunità in grado di attivare una rete di capacità adattive che la portano ad adattarsi a seguito di un evento collettivo perturbante. La resilienza sociale è quindi un fenomeno multidimensionale scomponibile in tre dimensioni: capacità di reazione, capacità di adattamento, capacità di trasformazione. La prima è la misura di come le persone reagiscono e superano la fase di shock, la seconda contempla la capacità degli individui di utilizzare le esperienze passate per far fronte ai rischi futuri, la terza rappresenta la capacità degli individui di partecipare e di incidere sul processo decisionale.

Resilienza economica e sociale

La resilienza sociale non è un elemento visibile, e pertanto non è direttamente osservabile e misurabile. Per poter usare il concetto efficacemente occorre metterlo in relazione con altri elementi tra cui la resilienza economica[4]. I comportamenti degli individui influenzano l’economia nel suo complesso, ma anche il comportamento delle Istituzioni e le scelte delle imprese influenzano il comportamento dei singoli attori. Non è ancora chiaro però se sia la resilienza sociale ad influenzare quella economica o viceversa. Per poter capire le determinanti e gli effetti della resilienza sui territori è pertanto necessario rispondere alle domande: resilienza di cosa? (of what?) a cosa? (to what?) con quali mezzi (by what means?) con quale output (with what outcomes?), affinché la nozione abbia senso (Carpenter et al., 2001). Occorre pertanto decidere a priori l’unità di osservazione a cui fare riferimento, gli elementi del sistema economico su cui si vuole porre l’attenzione, il risultato finale atteso. A tal proposito, la resilienza economica è semplicemente misurata in termini di PIL dove le regioni resilienti sono quelle che dopo uno shock di tipo economico ritornano al tasso di crescita precedente lo shock, anche attraverso un mutamento del loro sentiero di crescita. Le regioni shock resistance sono quelle su cui lo shock non ha alcun impatto di tipo economico mentre le regioni non resilienti a seguito di uno shock non sono in grado di reagire rimanendo nello stato che si è venuto a creare.

Ulteriore ricerca sul tema dovrà approfondire il concetto di resilienza sociale nel tentativo di fornire una misurazione. Lo stress a cui il sistema è sottoposto è uno stress di tipo economico (shock economico relativo alla crisi del 2008), il che richiede una attenta riflessione per quel che concerne la scelta degli indicatori che descrivono la resilienza sociale in quanto la letteratura, fino ad ora, si è per lo più focalizzata su shock di tipo ambientale.

Posizione dell’Unione Europea

Lo sviluppo di una maggiore resilienza agli shock (economici) è un obiettivo che ha guadagnato consensi nei dibattiti sulla politica (economica) nell’UE e, in particolare, nella zona euro. Ciò è dipeso, tra l’altro, dalle perduranti ferite economiche, sociali e politiche che le recenti crisi economiche e finanziarie hanno lasciato in vari Stati membri dell’UE, dalla previsione degli effetti altamente negativi sulle economie e società europee che potrebbero essere provocati dalla quarta rivoluzione industriale, nonché dall’esigenza imperativa di affrontare i cambiamenti climatici e di rimanere entro i limiti imposti dalle risorse del nostro pianeta.

La definizione di resilienza economica proposta dalla Commissione europea nel contesto dell’Unione economica e monetaria (UEM) è la capacità di un paese di far fronte a uno shock economico e di recuperare rapidamente la sua crescita (potenziale) dopo essere entrato in recessione.

La relazione dei cinque presidenti e il Libro bianco della Commissione sull’approfondimento dell’UEM affermano che gli Stati membri della zona euro dovrebbero convergere verso strutture economiche e sociali più resilienti, per prevenire shock economici con effetti significativi e persistenti sul reddito e sui livelli occupazionali, in modo da ridurre le fluttuazioni economiche e, in particolare, le recessioni profonde e prolungate. Va sottolineato, tuttavia, nell’ottica della natura sia ciclica che strutturale dei cambiamenti, come le economie non sempre devono ritornare allo stato pre-crisi (o al precedente percorso di crescita). Ad esempio, l’avvento della quarta rivoluzione industriale e la transizione a un’economia climaticamente neutra dovranno condurre presumibilmente a modelli economici differenti.

Le economie resilienti sotto il profilo economico possono avere caratteristiche diverse. Possono presentare una bassa vulnerabilità a determinati tipi di shock (ad es. gli shock macroeconomici o finanziari). Quando gli shock le colpiscono, le economie resilienti sono in grado di attutirne l’impatto riducendo al minimo i loro effetti sulla produzione e i livelli occupazionali e/o riescono a recuperare rapidamente dalla crisi, adattandosi. Per rafforzare la resilienza si possono utilizzare diversi tipi di interventi politici, ovvero politiche di preparazione, prevenzione, protezione, promozione (del cambiamento) e trasformazione. L’esistenza di alti livelli di debito pubblico, calcolati in rapporto al PIL, può far insorgere delle difficoltà sul piano della resilienza. Da un lato, un forte indebitamento può generare vulnerabilità agli shock, e, dall’altro, esso potrebbe limitare la risposta degli Stati membri in caso di shock avversi. La resilienza economica si può ottenere con modalità che hanno effetti molto diversi sul benessere dei diversi gruppi sociali. Il benessere dei lavoratori dipende in larga misura dalla stabilità, sicurezza ed equa distribuzione del loro reddito e delle opportunità di occupazione. Andrebbero pertanto favorite le politiche che promuovono la resilienza del mercato del lavoro, laddove essa è definita come la capacità di tale mercato di resistere a uno shock economico con perdite limitate in termini di benessere dei lavoratori.


BIBLIOGRAFIA

Holling C.S. (1973), Resilience and stability of ecological systems, Annual Review of Ecology and Systematics, 4: 1-23.

Martin R. (2012), Regional economic resilience, hysteresis and recessionary shocks, Journal of Economic Geography, 12, 1: 1-32.

Martini, B. (2015). Resilienza economica e resilienza sociale. Esiste una relazione?. EyesReg, Vol.5, N.1.

PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (2021), testo definitivo approvato alle Camere.

Reggiani, A., De Graaff, T., & Nijkamp, P. (2002). Resilience: an evolutionary approach to spatial economic systems. Networks and Spatial Economics, 2(2), 211-229.

SITOGRAFIA

ECONOMIA CIRCOLARE.COM (2020) Definizione di resilienza [online]. Disponibile da: https://economiacircolare.com/glossario/resilienza/ [consultato il 27/04/2021]

RIFERIMENTI NORMATIVI

Comitato Economico e Sociale Europeo (2019). Verso un’economia europea più resiliente e sostenibile (parere d’iniziativa).


[1]  Vedi la definizione contenuta in: ECONOMIA CIRCOLARE.COM (2020) Definizione di resilienza [online]. Disponibile da: https://economiacircolare.com/glossario/resilienza/.

[2] Il termine sta riscuotendo un crescente interesse da parte degli economisti regionali a seguito dello shock economico del 2008 (vedi Lagravinese e Tre, 2014).

[3]    Per autopoiesi si intende la capacità di un sistema complesso, per lo più vivente, di mantenere la propria unità e la propria organizzazione, attraverso le reciproche interazioni dei suoi componenti.

[4] Per maggiori dettagli sulla relazione tra resilienza sociale ed economica, si veda Martini, B. (2015).

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