Francesco e Confindustria: il senso profondo della sua lezione

Indice

Il 12 settembre Papa Francesco, in Sala Nervi, ha tenuto un discorso ai partecipanti all’Assemblea pubblica di Confindustria

Di Luciano Cimbolini

Prendiamo qualche titolo dei principali giornali italiani sull’argomento.

“Papa Francesco agli industriali: “Basta donne cacciate perché incinte. Bonomi: “Impegno per lavoro degno”” (La Repubblica on line); “Il Papa chiede lavoro per giovani e donne. Bonomi: è la politica che non ha fatto nulla” (La Stampa); “Applausi a Francesco e nostalgia di Draghi. La platea avvisa “”Adesso serve continuità””; “Il Papa: create lavoro, priorità ai giovani. Bonomi: occupazione, futuro, dignità” (Il Sole 24 Ore); “Il Papa riceve Confindustria: “Basta donne incinte mandate via”. E chiede di ispirarsi a Olivetti: “Limite alla distanza tra stipendi”” (Ilfattoquotidiano.it); “Impegno degli industriali dal Papa: investire sul “lavoro degno”” (Corriere della Sera).

Riportiamo ora alcuni passaggi testuali del discorso di Francesco, suddividendoli per argomenti.

Sull’impresa e sulla ricchezza in rapporto al bene comune e alla responsabilità sociale, Francesco afferma:

Il padre misericordioso nel Vangelo di Luca (cfr 15,11-32) ci viene mostrato come un uomo benestante, un proprietario terriero. Il buon samaritano (cfr Lc 10,30-35) poteva essere un mercante: è lui che si prende cura dell’uomo derubato e ferito, e poi lo affida a un altro imprenditore, un albergatore. I “due denari” che il samaritano anticipa all’albergatore sono molto importanti: nel Vangelo non ci sono soltanto i trenta denari di Giuda; non solo quelli. In effetti, lo stesso denaro può essere usato, ieri come oggi, per tradire e vendere un amico o per salvare una vittima. Lo vediamo tutti i giorni, quando i denari di Giuda e quelli del buon samaritano convivono negli stessi mercati, nelle stesse borse valori, nelle stesse piazze. L’economia cresce e diventa umana quando i denari dei samaritani diventano più numerosi di quelli di Giuda. Ma la vita degli imprenditori nella Chiesa non è stata sempre facile. Le parole dure che Gesù usa nei confronti dei ricchi e delle ricchezze, quelle sul cammello e la cruna dell’ago (cfr Mt 19,23-24), sono state a volte estese troppo velocemente ad ogni imprenditore e ad ogni mercante, assimilati a quei venditori che Gesù scacciò dal tempio (cfr Mt 21,12-13). In realtà, si può essere mercante, imprenditore, ed essere seguace di Cristo, abitante del suo Regno. La domanda allora diventa: quali sono le condizioni perché un imprenditore possa entrare nel Regno dei cieli? E mi permetto di indicarne alcune. Non è facile…

La prima è la condivisione. La ricchezza, da una parte, aiuta molto nella vita; ma è anche vero che spesso la complica: non solo perché può diventare un idolo e un padrone spietato che si prende giorno dopo giorno tutta la vita. La complica anche perché la ricchezza chiama a responsabilità: una volta che possiedo dei beni, su di me grava la responsabilità di farli fruttare, di non disperderli, di usarli per il bene comune. Poi la ricchezza crea attorno a sé invidia, maldicenza, non di rado violenza e cattiveria. Gesù stesso ci dice che è molto difficile per un ricco entrare nel Regno di Dio. Difficile, si, ma non impossibile (cfr Mt 19,26). E infatti sappiamo di persone benestanti che facevano parte della prima comunità di Gesù, ad esempio Zaccheo di Gerico, Giuseppe di Arimatea, o alcune donne che sostenevano gli apostoli con i loro beni. Nelle prime comunità esistevano donne e uomini non poveri; e nella Chiesa ci sono sempre state persone benestanti che hanno seguito il Vangelo in modo esemplare: tra questi anche imprenditori, banchieri, economisti, come ad esempio i Beati Giuseppe Toniolo e Giuseppe Tovini. Per entrare nel Regno dei cieli, non a tutti è chiesto di spogliarsi come il mercante Francesco d’Assisi; ad alcuni che possiedono ricchezze è chiesto di condividerle.”.

Sulla filantropia e sulla tassazione, il messaggio del Papa recita:

Come vivere oggi questo spirito evangelico di condivisione? Le forme sono diverse, e ogni imprenditore può trovare la propria, secondo la sua personalità e la sua creatività. Una forma di condivisione è la filantropia, cioè donare alla comunità, in vari modi … Ma molto importante è quella modalità che nel mondo moderno e nelle democrazie sono le tasse e le imposte, una forma di condivisione spesso non capita. Il patto fiscale è il cuore del patto sociale. Le tasse sono anche una forma di condivisione della ricchezza, così che essa diventa beni comuni, beni pubblici: scuola, sanità, diritti, cura, scienza, cultura, patrimonio. Certo, le tasse devono essere giuste, eque, fissate in base alla capacità contributiva di ciascuno, come recita la Costituzione italiana (cfr art. 53). Il sistema e l’amministrazione fiscale devono essere efficienti e non corrotti. Ma non bisogna considerare le tasse come un’usurpazione. Esse sono un’alta forma di condivisione di beni, sono il cuore del patto sociale.

Sui giovani e sulle donne, nel discorso si legge:

“Un’altra via di condivisione è la creazione di lavoro, lavoro per tutti, in particolare per i giovani… Sempre a proposito della natalità: alle volte, una donna che è impiegata qui o lavora là, ha paura a rimanere incinta, perché c’è una realtà – non dico tra voi – ma c’è una realtà che appena si incomincia a vedere la pancia, la cacciano via.No, no, tu non puoi rimanere incinta“.”

In materia di immigrazione ed impresa, il Santo Padre dice:

A questo proposito, va sottolineato il ruolo positivo che giocano le aziende sulla realtà dell’immigrazione, favorendo l’integrazione costruttiva e valorizzando capacità indispensabili per la sopravvivenza dell’impresa nell’attuale contesto. Nello stesso tempo occorre ribadire con forza il “no” ad ogni forma di sfruttamento delle persone e di negligenza nella loro sicurezza. Il problema dei migranti: il migrante va accolto, accompagnato, sostenuto e integrato, e il modo di integrarlo è il lavoro. Ma se il migrante è respinto o semplicemente usato come un bracciante senza diritti, ciò è un’ingiustizia grande e anche fa male al proprio Paese”.

In materia di distribuzione del reddito, richiamando l’esperienza di Adriano Olivetti, Francesco dice:

Creare lavoro poi genera una certa uguaglianza nelle vostre imprese e nella società. È vero che nelle imprese esiste la gerarchia, è vero che esistono funzioni e salari diversi, ma i salari non devono essere troppo diversi. Oggi la quota di valore che va al lavoro è troppo piccola, soprattutto se la confrontiamo con quella che va alle rendite finanziarie e agli stipendi dei top manager. Se la forbice tra gli stipendi più alti e quelli più bassi diventa troppo larga, si ammala la comunità aziendale, e presto si ammala la società. Adriano Olivetti, un vostro grande collega del secolo scorso, aveva stabilito un limite alla distanza tra gli stipendi più alti e quelli più bassi, perché sapeva che quando i salari e gli stipendi sono troppo diversi si perde nella comunità aziendale il senso di appartenenza a un destino comune, non si crea empatia e solidarietà tra tutti; e così, di fronte a una crisi, la comunità di lavoro non risponde come potrebbe rispondere, con gravi conseguenze per tutti. Il valore che voi create dipende da tutti e da ciascuno: dipende anche dalla vostra creatività, dal talento e dall’innovazione, dipende anche dalla cooperazione di tutti, dal lavoro quotidiano di tutti. Perché se è vero che ogni lavoratore dipende dai suoi imprenditori e dirigenti, è anche vero che l’imprenditore dipende dai suoi lavoratori, dalla loro creatività, dal loro cuore e dalla loro anima: possiamo dire che dipende dal loro “capitale” spirituale, dei lavoratori”.

La lettura integrale degli articoli di stampa, ovviamente, rivela argomenti e contenuti più articolati rispetto ai titoli.

I risvolti del pensiero del Papa in materia economica però, a mio avviso, meritano di essere approfonditi e attentamente analizzati, perché, pescando a piene mani nella grande cultura italiana dell’Economia civile, affronta senza mezze misure, come nello stile dell’attuale Pontefice, le immense sfide che attendono l’impresa e, più in generale, il pensiero economico in questo “Mundus furious” (citando un libro di Giulio Tremonti del 2016) in cui ci stiamo addentrando.

Le parole di Francesco, e non è la prima volta che accade, portano all’attenzione del grande pubblico, il pensiero della scuola dell’Economia civile. Non a caso, il Presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali, dal 2019, è Stefano Zamagni, principale esponente della moderna scuola italiana di Economia civile.

L’espressione “Economia civile” appare per la prima volta nel linguaggio politico-economico verso la metà del diciottesimo secolo a Napoli.

Nel contesto riformatore dell’Illuminismo napoletano, uscì nel 1751 il trattato “Della moneta” di Ferdinando Galiani, un’opera economica tra le più originali e importanti del Settecento europeo. Sempre in quell’ambiente oltre modo fecondo, maturò la figura di Antonio Genovesi come economista. A lui venne infatti affidata nel 1754, a Napoli, la prima cattedra di economia di cui si abbia traccia in Europa. La sua principale opera, Lezioni di economia civile, invece, risale al 1765, poi successivamente ripubblicata.

Riprendendo Zamagni, l’Economia civile è intesa come teoria economica derivante da una tradizione di pensiero economico e filosofico che ha la sua radice prossima nell’Umanesimo civile e, quella più remota, nel pensiero di Aristotele, Cicerone, Tommaso d’Aquino e soprattutto della Scuola francescana.

La stagione aurea dell’Economia civile si colloca all’interno dell’Illuminismo italiano di fine Settecento (soprattutto napoletano), sviluppandosi con Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri, Giacinto Dragonetti e altri.

Per Genovesi, Filangieri, Dragonetti, Gioia e più tardi, nel Novecento, con diverse sfumature, per Sturzo, Luzzatti, Fanfani, Toniolo, Tovini e Olivetti (gli ultimi tre direttamente citati nel discorso di Francesco), il mercato, l’impresa, l’economico sono in sé luoghi anche di reciprocità e gratuità e non solo di profitto. L’azione economica è “civile” in quanto non orientata al solo lucro, ma anche al perseguimento del bene comune. Bene comune che diventa parte integrante degli scopi degli attori economici, aziende in primis.

L’economia civile si fonda sulle virtù civiche e sulla natura socievole dell’essere umano, il quale è spinto ad incontrarsi, anche nel mercato, con l’altro.

L’economia reale diventa economia civile ogniqualvolta un’impresa, un’organizzazione, un consumatore, una scelta individuale riescono a fare il “salto della gratuità” e suscitare rapporti di reciprocità.

Il rapporto tra economia, attori economici e bene comune, rappresenta, in sostanza, il fulcro di questo pensiero economico di origine chiaramente latina, che si contrappone ai modelli di natura anglosassone che hanno dominato il mondo, anche in questo caso con molteplici sfumature, a partire dagli inizi dell’Ottocento sino ai giorni nostri.

Come possiamo notare, dunque, il richiamo di Francesco agli imprenditori è molto più profondo di quanto possa apparire ad una lettura superficiale, come purtroppo spesso accade, delle sue parole.

La sua visione dei rapporti economici si pone in chiaro e consapevole contrasto con i meccanismi oggi prevalenti, seppur sempre più messi in dubbio, dell’economia finanziarizzata e del predominio degli interessi degli azionisti rispetto ad ogni altro valore aziendale e socio-ambientale.

Il primo a mettere in discussione questi meccanismi, oggi, è proprio il Pontefice. Non solo Francesco, ma anche Benedetto XVI.

 Benedetto, nella enciclica Caritas in veritate del 2009, afferma che “Le forze tecniche in campo, le interrelazioni planetarie, gli effetti deleteri sull’economia reale di un’attività finanziaria mal utilizzata e per lo più speculativa, gli imponenti flussi migratori, spesso solo provocati e non poi adeguatamente gestiti, lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, ci inducono oggi a riflettere sulle misure necessarie per dare soluzione a problemi non solo nuovi rispetto a quelli affrontati dal Papa Paolo VI, ma anche, e soprattutto, di impatto decisivo per il bene presente e futuro dell’umanità”.

Ed ancora “Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave.

Opportunamente Paolo VI nella Populorum progressio sottolineava il fatto che lo stesso sistema economico avrebbe tratto vantaggio da pratiche generalizzate di giustizia, in quanto i primi a trarre beneficio dallo sviluppo dei Paesi poveri sarebbero stati quelli ricchi. Non si trattava solo di correggere delle disfunzioni mediante l’assistenza. I poveri non sono da considerarsi un «fardello», bensì una risorsa anche dal punto di vista strettamente economico. È tuttavia da ritenersi errata la visione di quanti pensano che l’economia di mercato abbia strutturalmente bisogno di una quota di povertà e di sottosviluppo per poter funzionare al meglio. È interesse del mercato promuovere emancipazione, ma per farlo veramente non può contare solo su sé stesso, perché non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso deve attingere energie morali da altri soggetti, che sono capaci di generarle. L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione”.

In quest’ottica, il pensiero economico di Francesco non fa altro che proseguire nel solco tracciato da Benedetto XVI, connotato da un’attenzione particolare al bene comune come fattore intrinseco nell’attività economica e alla lotta a quelle disuguaglianze che tendono sempre più ad aumentare la distanza fra “chi ha” e chi “non ha” nel mondo globalizzato e dal rifiuto, senza mezze misure, della separazione fra business e charity propria del mondo anglosassone.

Proprio in questi giorni, Credit Suisse, nel suo tredicesimo Rapporto sulla ricchezza globale, ci dice che, nel 2021, c’è stata una crescita record della ricchezza mondiale che ammonta a 463.600 miliardi di dollari. L’1 per cento di popolazione più ricca del mondo, sempre secondo il Rapporto, ha aumentato, per il secondo anno, la propria quota fino a raggiungere il 45,6% nel 2021 rispetto al 43,9% del 2019. In parole povere, l’1 per cento della popolazione mondiale (79 milioni di persone) possiede 211.128 miliardi di dollari. È evidente che, con questa polarizzazione del reddito mondiale, una crescita sostenibile, nel senso più pregnante del termine, non sia nemmeno lontanamente pensabile.

Francesco, però, aggiunge al pensiero dei suoi predecessori, richiami forti, anche di carattere teorico, alla scuola dell’Economia civile.

Se ci pensiamo, è davvero molto singolare che un Papa venuto dalla fine del mondo, nella sua quasi solitaria lotta alle crescenti diseguaglianze di un mondo furioso nel mezzo di una crisi da deglobalizzazione, richiami, usando un linguaggio semplice in una realtà lessicale piena di stucchevoli inglesismi, la tanto gloriosa quanto dimenticata lezione dei grandi filosofi ed economisti della Scuola napoletana dell’economia civile, che ha avuto i suoi momenti più alti proprio nel nostro martoriato odierno Meridione.

altri
articoli