In un’epoca di transizioni globali, crisi energetiche, instabilità finanziaria, guerre, i rapporti tra governi e autorità regolatorie dei mercati si rivelano sempre più essenziali per guidare lo sviluppo economico in senso lato.
Di Massimo Comito
Non solo formali equilibri istituzionali, ma un dialogo altamente sofisticato e continuo che plasma la capacità di un paese o di un continente di affrontare le sfide e cogliere tutte le opportunità del futuro: i presupposti non possono che essere lungimiranza e chiara visione del futuro degli uomini di governo abbinata alla necessaria libertà intellettuale ed operativa dei burocrati scelti dalla politica ad occupare le autorità regolatorie, quest’ultima, si spera sempre, una conseguenza di una ferma pretesa della politica che li sceglie per competenza e non per mera fedeltà e controllabilità.
Ma andiamo con ordine. Da manuale, le autorità regolatorie svolgono un ruolo cardine nel garantire il buon funzionamento dei mercati. Impostano regole trasparenti e coerenti che riducono l’incertezza per investitori, imprese e consumatori. Intervengono per tutelare la concorrenza, prevenendo la (ri)-nascita di monopoli, e salvaguardano i diritti degli utenti nei settori chiave come energia, trasporti e telecomunicazioni. Una vera sfida…
Ancor di più considerando che la loro influenza va oltre: devono promuovere l’innovazione e la sostenibilità, indirizzando il sistema economico verso modelli che sposano obiettivi ambientali e sociali. Una sfida al quadrato…
Solo da quello finora scritto salta all’occhio quanto l’equilibrio autorità-governi sia delicato. Il rapporto tra governi e regolatori è, per sua natura, dinamico e con feed-back continui. Le autorità dovrebbero mantenere la propria indipendenza tecnica e decisionale una volta che la strada è tracciata da altri, ma allo stesso tempo devono agire in sinergia con gli esecutivi per rispondere a emergenze sistemiche, promuovere strategie industriali e coordinare le riforme: non si possono muovere da soli e non sono né devono essere latori di strategie industriali di paesi e continenti. In situazioni critiche, si pensi alla pandemia o alle transizioni energetiche e digitali, la collaborazione tra i due livelli si intensifica, permettendo nei casi migliori risposte rapide, efficaci e tecnicamente sostenute.
Per non restare sul generico, il settore delle telecomunicazioni anche in Europa è un esempio emblematico ed attuale di come la regolazione possa influenzare lo sviluppo economico e l’integrazione continentale perché è un’industria che potremmo definire “il presupposto di qualsiasi sviluppo settoriale in qualsiasi nazione”. L’Organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche (BEREC) dovrebbe svolgere un ruolo chiave nel garantire coerenza normativa tra gli Stati membri, promuovendo concorrenza, innovazione e protezione dei consumatori. Spero avendo questo in mente, nel 2025, la Commissione Europea ha avviato il Digital Networks Act (DNA), una proposta di regolamento che mira a superare la frammentazione normativa e creare un mercato unico digitale più competitivo. Il DNA intende incentivare investimenti in infrastrutture ad altissima capacità oltre che favorire appunto l’operatività transfrontaliera ed occuparsi di stimolare l’adozione di tecnologie disruptive come l’intelligenza artificiale.
Tutto perfetto almeno in teoria, se non fosse che la buona salute dell’equilibrio su menzionato si basa anche sull’ascolto, un ascolto illuminato direi, da parte di esecutivi e regolatori, di tutte le “parti interessate” in questo complicatissimo scenario: tutti gli stakeholder, solo per citarne alcuni, piccoli e medi ISP, operatori di telecomunicazioni verticalmente integrati (dai territoriali agli incumbent), operatori solo infrastrutturali “aperti a tutti”, big tech, fornitori di tecnologie autoctoni e non, portatori di interessi politici, ideologici ed industriali, consumatori.
E qui entrano in gioco le relazioni governi-autorità di regolamentazione: imporre regolamentazioni prima (ex-ante), mantenendo o alleggerendo le regole già esistenti o deregolare il più possibile e controllare gli sviluppi del mercato dopo, forse quando i buoi sono già scappati ed il possibile danno è già stato fatto?
In definitiva, ciò che emerge è un’esigenza di comportamenti duraturi e non spot: non solo regolamentare o deregolamentare, ma l’esigenza di una governance consapevole e appunto illuminata. L’idea che le autorità siano semplicemente “strumenti” dei governi e della politica del momento è una visione discutibile di cui tutti siamo consapevoli. Mai come in questo preciso momento serve una revisione culturale del loro ruolo e una consapevolezza politica che la scelta dei regolatori non può più rispondere a logiche di fedeltà né tantomeno a desideri di controllabilità, ma deve poggiare sulla piena legittimazione della competenza costantemente aperta ad un ascolto profondo delle ragioni di tutti, perché in queste ragioni può nascondersi l’imbrocco della strada giusta a prova di futuro.
Perché in un sistema globale sempre più interconnesso ma per questo anche vulnerabile, dove la velocità delle trasformazioni supera la capacità dei singoli attori di governarle, solo un dialogo continuo, plurale e tecnicamente fondato tra istituzioni e stakeholder può rappresentare un ponte tra ambizione industriale e sostenibilità sistemica. Il DNA dell’innovazione, insomma, non risiede soltanto in atti normativi, ma nel metodo con cui si concepisce il potere regolatorio: autorevole, aperto, e capace di anticipare ascoltando, non solo di correggere sia prima che dopo.
Servono interlocutori competenti, liberi, e selezionati con coraggio ed attenzione: il mercato non ha tempo da perdere con fedeltà cieche né con regole pensate per essere infrante.
E allora, la vera sfida non è decidere fra regolamentazione o deregolamentazione. La vera sfida è se siamo disposti, come sistemi-paese, a investire nel pensiero lungo. Perché senza una visione condivisa tra chi stabilisce le regole e chi le applica, nessuna riforma, nessun DNA, sarà mai davvero innovativo: resterà solo un acronimo ambizioso in attesa di significato.
I cittadini gliene renderanno il giusto merito.

